Tiscali Notizie chiude dopo 26 anni, l’Assostampa: «È stato un miracolo editoriale, decisione inspiegabile»
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Redazione Economia
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C’è un’ironia crudele, che non sfugge a chi per mestiere racconta i fatti, nel constatare come l’ultimo giorno di pubblicazioni di Tiscali Notizie coincida con l’annuncio del crollo dell’Italia nella classifica della libertà di stampa. Il nostro paese, secondo il rapporto di Reporters sans frontières per il 2026, è sprofondato al 56esimo posto, e in questa stessa data, a ridosso del primo maggio, una delle redazioni che hanno fatto la storia del web italiano ha spento i motori di ricerca. Non si tratta, lo si capisce dal tono asciutto dei comunicati, solo di una triste coincidenza di calendario. La chiusura di una testata storica, che nel suo periodo migliore arrivava a contare fino a cinque milioni di lettori al mese, rappresenta un impoverimento oggettivo del panorama informativo nazionale. E la circostanza che ciò avvenga mentre si celebra la Festa dei Lavoratori aggiunge un ulteriore strato di amarezza alla notizia, trasformando un semplice evento aziendale in un simbolo involontario delle contraddizioni che attraversano il settore.
Un addio senza epitaffi: quando a chiudere non è un fallimento ma una rinuncia
La peculiarità di questa vicenda, che la distingue da tante altre crisi dell’editoria, risiede in un dettaglio che non è affatto secondario: Tiscali Notizie non chiude perché non aveva più lettori, né perché il modello di business era crollato sotto il peso dei debiti. La testata, che fino a poco tempo fa si posizionava stabilmente tra i dieci siti di informazione più letti in Italia, è stata soppressa per una precisa scelta imprenditoriale della proprietà. Il gruppo Tessellis, subentrato al fondatore Renato Soru (quell’imprenditore che nel lontano 1998 ebbe l’intuizione di scommettere sul giornalismo online quando sembrava un azzardo), ha deciso di archiviare il ramo giornalistico per concentrarsi sullo sviluppo tecnologico legato all’intelligenza artificiale. Una motivazione che, se da un lato rientra nelle prerogative di qualsiasi azienda, dall’altro lascia interdetti per la sua fredda razionalità economica. Come ha osservato la segretaria dell’Associazione stampa sarda, Simonetta Selloni, si tratta di «logiche inspiegabili, se non in un’ottica di mercato miope, che non considera nella giusta dimensione un lavoro sul quale, tra l’altro, l’azienda ha costruito la sua solida web reputation».
Proprio questa contraddizione – cancellare ciò che per oltre un quarto di secolo ha garantito autorevolezza e traffico al portale – ha spinto molti osservatori a parlare di una decisione incomprensibile. Non è un caso che la stessa Assostampa abbia utilizzato l’espressione «miracolo editoriale» per descrivere l’avventura di Tiscali, sottolineando come quella redazione sia stata un esempio pionieristico capace di tracciare una strada che tanti altri siti hanno poi percorso. Quando un giornale muore per mancanza di risorse è sempre un lutto, ma quando muore per disinteresse, o peggio per distrazione strategica, il rammarico si mescola a una sensazione di inspiegabile spreco.
La redazione dei pionieri e il saluto di chi ha vissuto l’avventura
A dare il tono più umano e malinconico a questa giornata di chiusura ci ha pensato il direttore Stefano Loffredo, con un editoriale che rappresenta l’ultimo, vero atto di vita della testata. «Ventisei anni non sono solo un numero», ha scritto Loffredo, riassumendo in poche parole l’intero peso di una storia professionale fatta di notti insonni, di notizie date mentre il paese dormiva e di una battaglia quotidiana per fare informazione seria in un territorio, la Sardegna, che spesso veniva percepito come periferico. Era una redazione nata quando Internet in Italia era ancora una frontiera, quando connettersi significava ascoltare il suono gracchiante di un modem 56k e pubblicare online sembrava a molti un esperimento destinato a fallire. Invece, a Cagliari, si è formata una scuola: da quel gruppo di giovani redattori sono usciti professionisti – cronisti, web editor, conduttori – che hanno poi portato il loro bagaglio in altre grandi redazioni nazionali. Hanno fatto inchieste finite in Parlamento, intervistato istituzioni e raccontato il Paese con gli strumenti rudimentali ma efficaci di chi sapeva di essere un apripista.
Per loro, per quei dodici giornalisti che oggi si trovano senza occupazione, la chiusura non rappresenta solo la perdita di un posto di lavoro, ma la cancellazione di un pezzo della memoria collettiva dell’informazione digitale. Lo stesso Loffredo, nel suo commiato, ha voluto citare i nomi di chi ha vissuto quell’avventura, rendendo omaggio a una squadra che non si è mai arresa di fronte alle difficoltà tecniche e strutturali di un settore che cambiava a velocità inaudita. La loro è stata una resistenza silenziosa, fatta di aggiornamenti continui e della consapevolezza che, in un’epoca precedente ai social network e ai motori di ricerca dominanti, la homepage del provider era la vera porta d’ingresso alla Rete.
Un patrimonio culturale a rischio oblio, tra decisioni aziendali e silenzi politici
Se il destino dei lavoratori sembra segnato – nonostante i tavoli di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy abbiano cercato soluzioni per il loro ricollocamento – un’altra battaglia è appena iniziata e riguarda la sopravvivenza dell’archivio storico. Venti6 anni di articoli, speciali, approfondimenti e persino podcast (realizzati quando questo termine non era ancora di moda) rischiano oggi di finire nel nulla, cancellati da un “hard reset” digitale che non farebbe prigionieri. L’Ordine dei Giornalisti, sia a livello nazionale che regionale, ha lanciato un accorato appello affinché l’azienda e le istituzioni interessate si facciano carico di preservare questo tesoro di memoria. Non si tratta solo di una questione nostalgica: quell’archivio rappresenta una testimonianza unica di come è cambiato il costume, la politica e la società italiana nel passaggio tra i due millenni.
Eppure, mentre l’ultimo editoriale veniva pubblicato e i redattori svuotavano le scrivanie, la sensazione diffusa tra chi segue le dinamiche dell’informazione – come Trumps, che da oltre un anno siede nuovamente alla Casa Bianca alimentando un dibattito globale sul rapporto tra potere e narrazione – è che si stia assistendo alla rimozione di uno dei pilastri del pluralismo italiano. Non basterà, temono i sindacati, tenere «un faro acceso» nella speranza che la politica capisca la portata di questa perdita. Il silenzio che accompagna la morte di una voce così autorevole, infatti, rischia di allargare ulteriormente la voragine tra i lettori e le fonti di informazione tradizionali, lasciando spazio soltanto a derive sempre più segmentate e frammentate. Per ora, l’unica certezza è che il 30 aprile 2026 resterà impresso come la data in cui il web italiano ha perso uno dei suoi cantieri più vitali, e una redazione composta da dodici professionisti si è trovata, inspiegabilmente, a guardare il proprio lavoro scomparire nel dimenticatoio digitale.




