Il mondo in fiamme e il nostro ruolo, l'editoriale del Corriere per i 150 anni
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Redazione Esteri
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C’è un passaggio, nell’editoriale pubblicato dal Corriere della Sera in occasione dei suoi centocinquant’anni, che colpisce per la sua lucidità e che riguarda il lessico, oltre che la sostanza, di questo tempo. Il mondo, si legge, è popolato da autocrati e da apparati statali che massacrano i propri cittadini, ma è anche sempre più affollato da leader di Paesi democratici, i quali — ed è questo il punto — hanno finito con il considerare la guerra “normale”. Non un’eccezione, non l’ultima ratio, ma un’opzione, e dicono testualmente, che si introduce tranquillamente per risolvere i conflitti e regolare vecchi e nuovi conti. Il linguaggio pubblico, saturo di termini come “guerrieri”, “massacri”, “operazioni chirurgiche”, o quella frase agghiacciante “li stiamo facendo a pezzi”, non fa che certificare questo scivolamento verso l’accettazione della violenza come strumento di politica internazionale. È in questo clima che si inserisce l’escalation in Medio Oriente, un conflitto che ha orami tracimato dai confini iraniani per investire l’intera regione, riaprendo, nell’ombra, anche l’eterna ferita tra Israele e Libano.
A fornire una chiave di lettura geopolitica è Brian Katulis, analista del Middle East Institute, figura di lungo corso che per oltre un decennio ha fornito consulenza ad alti responsabili politici statunitensi in materia di politica estera. Il suo avvertimento è chiaro: Pechino e Mosca, in questo specifico conflitto, non giocheranno un ruolo di primo piano contro l’Iran. Ma il vero nodo, spiega Katulis, è un altro e riguarda le forniture energetiche. Se i tagli dovessero proseguire e intensificarsi in quella regione, la situazione in Medio Oriente diventerebbe ancora più complicata di quanto non lo sia già. Un’analisi, la sua, che sposta l’asse dalle alleanze classiche alle vulnerabilità strutturali di un’economia globale che dipende in larga parte da quei flussi.
Una guerra dal cielo e i costi che si scaricano sulla terra
Gli interrogativi, le perplessità e le paure nei confronti di questa guerra aumentano di giorno in giorno. A partire dalla denominazione stessa di quanto sta avvenendo: non è più, e forse non lo è mai stato, un conflitto che riguarda solo l’Iran e Israele. È una guerra che sta coinvolgendo gran parte del Medio Oriente e all’ombra della quale si è anche riaperto l’eterno conflitto fra Israele e il Libano. Le cronache parlano di raid israeliani a Tiro, nel sud del Libano, e di razzi di Hezbollah che piovano sul nord di Israele, di droni che colpiscono basi in Iraq e di navi in fiamme nello Stretto di Hormuz. La chiusura di fatto di quel passaggio cruciale, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il prezzo del greggio, e gli effetti si sono immediatamente riverberati sulle pompe di benzina di mezzo mondo. Negli Stati Uniti, dove Donald Trump siede alla Casa Bianca, il prezzo medio della benzina ha già toccato quota 3,11 dollari al gallone, alimentando tensioni persino all’interno della sua amministrazione.
Perché l’Italia è più vulnerabile di altri
Ma che effetti potrà avere questa guerra sull’economia italiana? La domanda, che molti si pongono, è stata affrontata anche da un’analisi di Paolo Pizzoli per ING, secondo cui il conflitto rischia di far seriamente perdere velocità alla crescita del nostro Paese. Il quarto trimestre del 2025 aveva chiuso con un timido +0,3% sul trimestre precedente, ma le prospettive per il 2026, spiega l’economista, dipenderanno in larga misura dall’evoluzione della guerra e dai suoi effetti di ricaduta sui mercati energetici. L’Italia, si sa, dipende in misura rilevante dalle importazioni di energia, e paga l’energia a prezzi già più alti rispetto alla media dei partner europei. Questo significa che qualsiasi scossone, in quella regione, rischia di tradursi in uno shock più violento per le nostre imprese e per le nostre famiglie. Non a caso, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dovuto riferire in Parlamento, annunciando che il governo è al lavoro per proteggere il tessuto economico e il potere d’acquisto delle famiglie, mentre si valutano misure di sostegno per gli esportatori e si monitorano i prezzi di materie prime e cereali. Il timore, ha spiegato Tajani, è che se aumenta il prezzo del pane, possano intensificarsi le tensioni sociali ed emergere nuove fonti di instabilità.
I primi settori a fare i conti con la crisi
I primi effetti, del resto, sono già sotto gli occhi di tutti e riguardano settori strategici come l’automotive e il turismo. Federconsumatori ha lanciato l’allarme carburanti, parlando di aumenti “inauditi e spropositati”: con la benzina a 1,67 euro al litro e il diesel a 1,732, l’impatto stimato per il portafoglio di ogni automobilista è di 186,64 euro annui, tra rincari diretti alla pompa e quelli indiretti sui beni trasportati su gomma. Parallelamente, il turismo organizzato sta facendo i conti con le cancellazioni. Secondo una stima del Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti, nei prossimi trenta giorni si potrebbero perdere circa 3.500 prenotazioni tra pacchetti e servizi verso l’area mediorientale, per un mancato introito di oltre 6,4 milioni di euro. Aerei fermi, voli cancellati, viaggiatori che rinunciano: la guerra, dal cielo, è già scesa sulla terra, e l’Italia, con la sua economia manifatturiera e turistica, è in prima linea a subirne le conseguenze.




