Condé Nast chiude Wired Italia, lo annuncia l’ad Lynch nel giorno di sciopero dei giornalisti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La notizia, per quanto circolasse come voce insistente negli ambienti di settore, ha trovato una conferma tanto secca quanto sorprendente nelle scorse ore: Condé Nast ha deciso di chiudere l’edizione italiana di Wired. A comunicarlo, con una nota interna che è rapidamente diventata di dominio pubblico, è stato direttamente l’amministratore delegato del gruppo, Roger Lynch, il quale ha motivato la scelta con argomenti che, seppur tipici del linguaggio aziendale, non nascondono una certa durezza. La rivista, spiega Lynch, non è più redditizia e la sua prosecuzione nella forma attuale – viene da chiedersi se ci si riferisca al cartaceo o alla struttura stessa – limiterebbe la capacità della casa madre di investire in quelle idee e quelle aree destinate a guidare la crescita futura. Un’operazione, questa, che sa molto di razionalizzazione finanziaria, dove la redditività diventa l’unico metro di giudizio per la sopravvivenza di una testata.

Una data, il 16 aprile, che non sembra affatto casuale

C’è un dettaglio temporale, però, che trasforma questa chiusura da semplice fatto imprenditoriale a piccolo caso politico-sindacale. Lynch ha scelto il 16 aprile per diffondere la nota, e il 16 aprile, guarda caso, è stato il giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti italiani, mobilitati per chiedere il rinnovo di un contratto nazionale di lavoro che, aspetto notevole, non viene aggiornato da un decennio intero. Un tempismo, quello di Condé Nast, che appare quanto meno malizioso se non francamente provocatorio: annunciare la chiusura di una rivista mentre i suoi potenziali lettori e colleghi incrociano le braccia per protestare contro condizioni ritenute ormai insostenibili, sembra quasi un modo per sottolineare, con i fatti, la fragilità dell’intero settore. Non si tratta, evidentemente, solo di Wired, ma del segnale che un colosso come Condé Nast manda all’intera categoria: l’informazione di qualità, quella che prova a interpretare il presente anziché limitarsi a inseguirlo, paga un prezzo sempre più alto sull’altare dei bilanci aziendali.

La politica reagisce, Floridia (M5S) parla di “perdita per il paese”

La reazione politica non si è fatta attendere, seppur relegata ai toni compassati della dichiarazione di rito. A prendere la parola è stata Barbara Floridia, senatrice del Movimento 5 Stelle che presiede la commissione di vigilanza sulla Rai. Floridia ha definito la chiusura “davvero una pessima notizia”, leggendola come il sintomo di una difficoltà molto più profonda che attraversa il mondo dell’informazione: quella di riconoscere un valore economico a chi cerca di decifrare la complessità, in questo caso tecnologica e digitale. La senatrice, con una mossa che anticipa possibili sviluppi istituzionali, ha annunciato che valuterà la richiesta di un’audizione dei vertici di Condé Nast. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di vederci chiaro sulle motivazioni industriali della scelta e, aspetto tutt’altro che secondario, sulle sue inevitabili ricadute occupazionali. Perché se è vero che Wired Italia fatturava ormai poco più dell’1% del totale del gruppo, è altrettanto vero che dietro quelle percentuali ci sono giornalisti, grafici, fotografi e tecnici che da domani si ritroveranno senza uno stipendio.

Diciassette anni di vita e l’ipotesi (debole) di un futuro solo digitale

Wired Italia era sbarcata in edicola nel lontano marzo del 2009, diciassette anni fa, sotto la guida di un Riccardo Luna che ne aveva fatto un punto di riferimento per la cultura digitale, la scienza e l’innovazione. Oggi la testata, diretta da Luca Zorloni, era diventata un trimestrale, e questo dato da solo racconta molto del progressivo ridimensionamento subìto. Nella nota di Lynch, però, si legge anche un’altra possibilità, per quanto evocata in termini molto cauti: si starebbe pianificando una transizione verso la pubblicazione esclusivamente digitale. Una soluzione, quest’ultima, che profuma di contentino o, per dirla in termini meno eleganti, di un tentativo di salvare il marchio svuotandolo però della sua anima redazionale. Wired Consulting e gli eventi live, intanto, continueranno a essere gestiti dal team britannico, come a sottolineare che il marchio, forse, è ancora ritenuto valido, ma non certo la sua espressione italiana così come l’abbiamo conosciuta finora. Il gruppo, dal canto suo, ha tenuto a precisare che la decisione non riflette un giudizio sulla qualità del lavoro svolto fin qui, ma Lynch sa bene che in giornate come queste, le frasi di circostanza servono a poco. Quello che conta sono i numeri, e quelli, purtroppo per i lettori e gli operatori di Wired, non mentono mai.

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