Papa Leone XIV e il prezzo (altissimo) della libertà di stampa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   **

È stata una domenica particolare quella del 3 maggio in Piazza San Pietro, dove Papa Leone XIV ha scelto di legare la recita del Regina Coeli a un tema, quello della libertà di informazione, che raramente risuona con tanta forza dalle logge vaticane. Il Pontefice, affacciandosi dalla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico, ha voluto dedicare un passaggio netto e allo stesso time doloroso alla Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, patrocinata dall’Unesco, e a quella, appena istituita dal governo italiano, in memoria dei giornalisti uccisi. La sua voce, che abbracciava i fedeli raccolti nonostante un clima politico globale sempre teso, non si è limitata a una generica condicio di elogio del mestiere, ma ha toccato una corda ben più profonda: quella del sangue versato e delle violenze, reali o striscianti, che trasformano il diritto di cronaca in un atto di coraggio estremo.

La cronaca – quella nera, quella delle guerre dimenticate e delle indagini sui poteri forti – paga infatti un pedaggio che nessuno dovrebbe accettare come “normale”. Lo ha ricordato lo stesso Leone XIV, parlando di numerosi reporter e operatori dell’informazione finiti sotto i colpi delle guerre (o dei signori della guerra) e della violenza più brutale. Non si tratta solo dei fronti caldi, dove la granata o il cecchino non fanno distinzioni tra soldato e cronista, ma di una violenza più subdola e silenziosa che il Papa stesso ha definito “a volte nascosta”. È una categoria, quest’ultima, che in Italia assume contorni drammaticamente precisi: secondo gli archivi dell’Osservatorio “Ossigeno per l’Informazione”, sono almeno trenta i giornalisti italiani caduti in servizio dal secondo dopoguerra ad oggi, una scia che mescola le pallottole delle mafie, quelle del terrorismo degli anni di piombo e le imboscate nei teatri internazionali.

Dal punto di vista giudiziario e investigativo, quella che emerge non è solo la storia di un mestiere rischioso, ma la radiografia di un’impunità che offende la democrazia. I nomi che attraversano le inchieste – da Cosimo Cristina a Peppino Impastato, da Mauro De Mauro a Giancarlo Siani – non sono semplici “vittime”, ma bersagli di un sistema che ha cercato di uccidere la verità prima ancora che l’uomo. Le loro storie, spesso legate a denunce scomode contro Cosa Nostra o la camorra, sono state al centro di lunghi e tortuosi processi, riaperti e talvolta lasciati in un cono d’ombra giudiziaria. La distinzione che il Santo Padre ha operato tra violazione “flagrante” e violazione “nascosta” si applica perfettamente anche a queste vicende: se l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia è una ferita ancora aperta nei tribunali italiani, lo è altrettanto la “morte civile” professionale di chi subisce querele temerarie o aggressioni digitali per quello che scrive.

Un bollettino di guerra che non risparmia l’Occidente

Non si tratta, e il Papa lo ha sottolineato con la consueta lucidità, di un fenomeno circoscritto ai regimi autoritari. Se da un lato l’Unesco ricorda che oltre 1.600 professionisti sono stati uccisi nel mondo dagli anni Novanta, dall’altro l’Italia rappresenta un caso emblematico di come la libertà di informazione sia un campo minato anche all’interno dell’Occidente. Le stragi di mafia, il terrorismo rosso e nero hanno insanguinato le redazioni, con figure come Carlo Casalegno o Walter Tobagi che hanno pagato con la vita la loro ricerca dell’oggettività. A costoro si aggiungono i caduti nelle missioni estere: oltre ai già citati Alpi e Hrovatin, ci sono i decessi di Enzo Baldoni in Iraq, di Raffaele Ciriello in Afghanistan e di Antonio Russo, ucciso mentre raccontava la guerra in Georgia.

Questo bollettino di guerra, scandito anno dopo anno dal Ministero degli Affari Esteri e dalla Cooperazione Internazionale (con il ministro Tajani che ha rinnovato la vicinanza della Farnesina), dimostra che percorrere la strada dell’informazione significa spesso calpestare un campo minato. La frase di Leone XIV – “questo diritto è spesso violato” – diventa così una sentenza che pesa come un macigno sulla coscienza civile. Senza un’informazione libera, ha ricordato il Pontefice nel suo messaggio di “speranza e inclusione”, il rischio è quello di un “mondo nuovo” dove la competizione e la paura dell’esclusione spingono all’autocensura, annullando il valore unico di ogni persona.

Le minacce digitali e l’autocensura nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Lo sguardo di Leone XIV, tuttavia, non si è fermato solo ai cimiteri dei caduti o ai processi per omicidio, ma ha abbracciato anche le frontiere invisibili della guerra all’informazione di oggi. Il riferimento alle violazioni “nascoste” coglie nel segno una delle trasformazioni più insidiose del mestiere: l’uso manipolatorio dell’intelligenza artificiale per generare disinformazione, l’ondata di querele bavaglio (le cosiddette SLAPP) e la piaga delle aggressioni digitali. Queste armi, sebbene non lascino tracce di sangue, uccidono la credibilità e logorano la volontà del singolo cronista.

Dalle piazze italiane ai conflitti in Ucraina o in Medio Oriente, la conta delle vittime si arricchisce di quelle silenziose: professionisti che, pur di non subire ritorsioni fisiche o liti interminabili in tribunale, rinunciano a scrivere, praticando una forma di autocensura che è forse il nemico più temibile. Per questo, la commemorazione del Papa si trasforma in un atto politico (nel senso alto del termine): difendere la stampa non è solo un tema da addetti ai lavori, ma un presidio della pace e della trasparenza. Nelle sue parole, la “gratitudine prende il posto della competizione” e nessuno viene escluso, un monito evidente contro quelle logiche di potere che tentano di far tacere chi indaga.

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