Il Piper rilancia, ma la notte romana è stretta nella morsa dei controlli
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Redazione Interno
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Mentre a Roma, dopo decenni, un pezzo di storia della vita notturna italiana annuncia di volersi espandere, le forze dell'ordine stringono i controlli in maniera capillare, in un clima di attenzione massima seguito alla tragedia di Crans-Montana. Giancarlo Bornigia jr, che oggi guida il locale reso celebre dal padre nel lontano 1965, non nasconde l'ambizione di portare la capienza del Piper a ottocento persone, un progetto che però si scontra, come egli stesso sottolinea, con una burocrazia farraginosa e con norme sulla sicurezza che richiedono investimenti costanti e ingenti. “Negli anni abbiamo effettuato tutti gli adeguamenti necessari”, precisa Bornigia, il cui obiettivo è far diventare il locale un vero e proprio hub culturale, aperto anche di giorno. La sua visione, tuttavia, va oltre la semplice gestione di uno spazio: propone l'istituzione di una figura di coordinamento, un “sindaco della notte”, che possa governare e valorizzare un'economia che, a suo avviso, troppo spesso viene percepita solo come una questione di ordine pubblico.
L'effetto a catena della strage svizzera
Quella percezione, in realtà, è diventata dominante nelle azioni delle prefetture dopo il disastro di Capodanno in Svizzera, dove persero la vita quaranta persone. L'ondata di verifiche, partita dalle zone di montagna anche in Italia, non ha risparmiato l'Abruzzo, con il questore di Chieti che ha disposto la chiusura della discoteca Dahua a Pretoro, nella zona di Passolanciano, durante un evento après-ski. La motivazione, come accertato dagli agenti, è stata l'assenza della necessaria autorizzazione per lo svolgimento di pubblico spettacolo. Un provvedimento che si inserisce in un contesto più ampio di stretta, diventato quasi sistematico nei fine settimana, e che dimostra come il tragico episodio abbia innescato un meccanismo ispettivo di portata nazionale, volto a scovare e sanzionare qualsiasi irregolarità, soprattutto in materia di titoli e di condizioni di sicurezza.
Il racconto delle chiusure nella capitale
A Roma, nel giro di pochi giorni, sono stati tre i locali costretti a abbassare le saracinesche per carenze riscontrate durante i controlli. Le verifiche hanno interessato due circoli culturali, il Queen, situato nelle vicinanze di piazza Cavour, e il Bad Romance, a Testaccio, oltre a una discoteca le cui specifiche non sono state diffuse nel dettaglio. Le ispezioni, condotte senza preavviso, sembrano ormai una costante, mirando a prevenire sul nascere qualsiasi situazione di potenziale pericolo per l'incolumità dei giovani che affollano i ritrovi. Un'attività che, se da un lato mira a garantire standard minimi imprescindibili, dall'altro getta un'ombra di incertezza su un intero settore, costretto a operare in uno stato di perenne allerta, dove un singolo verbale può portare a una sospensione immediata dell'attività.
La voce degli operatori in difesa del settore
Proprio in questa dicotomia tra sicurezza e vitalità economica si colloca la protesta degli imprenditori del settore, rappresentati da associazioni di categoria storiche. Antonio Flamini, vicepresidente vicario della Silb Fipe, mette in guardia da una lettura esclusivamente repressiva del fenomeno della movida, che a Roma coinvolge circa un centinaio di locali notturni di una certa dimensione. “La movida va letta come economia della notte”, afferma, sottolineando come essa generi occupazione, un indotto significativo per altre attività commerciali e una forma peculiare di vitalità urbana. Ridurre tutto a un mero problema di ordine pubblico, secondo questa prospettiva, significherebbe ignorare il valore economico, sociale e culturale che il settore produce, mettendo a rischio posti di lavoro e un pezzo importante dell'identità di una città che, come ricorda la storia del Piper, ha sempre avuto un rapporto intenso con la vita dopo il tramonto.




