Benny Morris avverte: "Il rischio genocidio a Gaza è reale, ma non siamo ancora a quel punto"
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Redazione Esteri
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Gerusalemme – Benny Morris, storico israeliano di fama internazionale noto per le sue posizioni spesso controcorrente, ha espresso preoccupazione per quella che definisce una "spirale di disumanizzazione" tra israeliani e palestinesi. «Potrebbe portare a un genocidio a Gaza, anche se oggi non possiamo affermare che ci siamo già arrivati», ha dichiarato. Morris, che negli anni Ottanta fu incarcerato per essersi rifiutato di prestare servizio militare in Cisgiordania durante la prima Intifada, rappresenta una voce difficile da etichettare, capace di analizzare il conflitto con sguardo critico tanto verso il suo Paese quanto verso Hamas.
La sua riflessione arriva in un momento in cui il dibattito internazionale si interroga sulla natura degli eventi a Gaza. Alcuni, tra cui intellettuali e attivisti ebrei, hanno parlato apertamente di genocidio, citando la distruzione sistematica di infrastrutture civili e la crisi umanitaria che ha reso larga parte della Striscia inabitabile. «Già nella tarda primavera del 2024», ha osservato un altro analista, «era chiaro che l’obiettivo non era più solo annientare Hamas, ma rendere impossibile la vita a Gaza».
Intanto, fonti locali e osservatori indipendenti denunciano l’uso strategico della fame come arma politica. Ahmed Fouad Alkhatib, analista originario di Gaza, sostiene che Hamas non sia un mero spettatore della crisi, ma contribuisca attivamente a prolungare le sofferenze della popolazione per trasformarle in strumento di pressione internazionale. Le strade ridotte a macerie, gli ospedali senza medicine, la carenza di acqua e cibo: tutto concorre a un quadro in cui la guerra non si combatte solo con le armi, ma con la logica dello stremo.




