Gaza, il rischio genocidio secondo lo storico Benny Morris
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Redazione Esteri
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Gerusalemme – «Tra israeliani e palestinesi c’è un processo di disumanizzazione che potrebbe portare a un genocidio». Benny Morris, storico israeliano noto per le sue posizioni difficilmente catalogabili, non usa mezzi termini. Vicino alla sinistra negli anni della prima Intifada – quando finì in carcere per essersi rifiutato di prestare servizio in Cisgiordania – oggi osserva con preoccupazione l’escalation a Gaza. «Nella tarda primavera del 2024», spiega, «ho capito che non si poteva più negare l’evidenza: l’obiettivo principale non era più la distruzione di Hamas o la liberazione degli ostaggi, ma rendere la Striscia inabitabile».
Le sue parole risuonano in un dibattito sempre più acceso, dove le definizioni diventano campo di battaglia. «Genocidio, pulizia etnica, apartheid», enumera Morris, «sono termini che l’Europa e parte dell’ebraismo progressista iniziano a usare, mentre altri li respingono, preferendo espressioni come “danni collaterali”». La distruzione sistematica di infrastrutture civili – ospedali, scuole, reti idriche – sembra confermare l’ipotesi di una strategia volta non solo a colpire Hamas, ma a destabilizzare l’esistenza stessa della popolazione.
Intanto, in Italia, la politica locale si interroga. Oriana Ruzzini, assessora alla Transizione ecologica di Bergamo, ha parlato di «genocidio» durante un confronto con rappresentanti della comunità ebraica, riuniti per protestare contro l’antisemitismo. «Non è una questione semantica», ha detto, «chiamatelo come volete, ma io lo chiamo genocidio».
La guerra di parole riflette una realtà sempre più difficile da ignorare. Se Morris invita a non banalizzare il concetto di genocidio – «non siamo ancora a quel punto» –, la sua analisi sottolinea una deriva pericolosa. Quella che era iniziata come una risposta agli attacchi del 7 ottobre rischia di trasformarsi in una spirale di violenza senza fine, dove la sofferenza dei civili, da ambo le parti, diventa moneta di scambio. E mentre Trump, tornato alla Casa Bianca, mantiene un profilo ambiguo, la comunità internazionale fatica a trovare una linea comune.




