La Fenice non vede l'ora di liberarsi di Beatrice Venezi: «Posti passati di padre in figlio», la direttrice d’orchestra licenziata per le offese alla fondazione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La pazienza, si sa, è la virtù dei forti; ma al Teatro La Fenice di Venezia, evidentemente, hanno deciso che era giunto il momento di smettere di essere magnanimi. La storia, iniziata malissimo circa sette mesi fa con una nomina a sorpresa che aveva fatto infuriare le maestranze, si è conclusa ancora peggio nella domenica di Pasqua, quando mentre sul palco calava il sipario sul primo atto del Lohengrin di Wagner, il sovrintendente Nicola Colabianchi – seduto placido nel Palco Reale – dava alle fiamme ogni residuo ponte con la giovane direttrice lucchese.
A dare il colpo di grazia definitivo a questo rapporto ormai agonizzante è stata un’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nación, nella quale Beatrice Venezi, classe 1990, avrebbe descritto l’istituzione musicale veneziana come un fortino impenetrabile per chi, come lei, non ha uno zio tra i leggii: «un’orchestra nella quale i posti si tramandano praticamente di padre in figlio». Parole pesanti, che hanno scardinato l’ultimo baluardo di difesa messo in piedi nei mesi precedenti. La Fondazione, attraverso una nota ufficiale, ha così annunciato l’annullamento di «tutte le collaborazioni future con il maestro», definendo le dichiarazioni della trentaseienne «reiterate e gravi», oltre che «offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione». Nessuna possibilità di replica o ripensamento, insomma: la frattura è ormai insanabile e il divorzio è stato consumato sotto gli occhi di un pubblico che, va detto, ha accolto la notizia con un sonoro applauso, misto a qualche grido di «liberazione!».
La lunga agonia di una nomina contestata: sette mesi di accuse e scioperi
Non si trattava, tuttavia, di una crisi improvvisa o di un semplice scivolone verbale. Per comprendere la violenza della rottura, bisogna tornare indietro di qualche mese, esattamente al 22 settembre scorso, quando Colabianchi – arrivato alla Fenice nella primavera del 2025 per volere del ministro della Cultura Alessandro Giuli – decise di nominare Venezi direttrice musicale senza alcuna preventiva condivisione con l’orchestra. Un fulmine a ciel sereno che fece immediatamente alzare le barricate: la Rsu proclamò lo stato di agitazione, i professori d’orchestra organizzarono volantinaggi e concerti di protesta, e i sindacati tuonarono contro quella che definivano una nomina «inadeguata» per il curriculum della diretta interessata, giudicato non all’altezza del prestigio della città lagunare.
La direttrice, che fino a quel momento era stata considerata una delle stelle più luminose del firmamento culturale della destra italiana (premio Atreju nel 2021 e co-conduttrice a Sanremo nello stesso anno), inizialmente incassò e tacque. Ma il silenzio, in questi casi, non è mai una strategia vincente a lungo termine. Le sue uscite successive – tra cui l’accusa di una «gestione anarchica» del teatro e il riferimento all’età avanzata degli abbonati – non fecero che alimentare un clima già di per sé rovente, mentre il sovrintendente continuava a difenderla strenuamente, cercando di tamponare una falla che diventava sempre più larga. Fino all’intervista argentina, la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di tensioni.
L’ombra di Palazzo Chigi e il siluro del ministro Giuli
Se la vicenda è esplosa con una tale virulenza nel panorama nazionale, lo si deve anche (e forse soprattutto) alla sua innegabile valenza politica. Beatrice Venezi, infatti, non era semplicemente una musicista: era il simbolo di quella «nuova egemonia» culturale tanto agognata da Fratelli d’Italia. Una figura capace di scalare le roccaforti della sinistra, come i teatri, rompendo i vetusti schemi del conservatorismo. Tuttavia, la stessa mano che l’aveva innalzata sembra averla ora spinta giù dal palco senza troppi complimenti. Secondo le ricostruzioni, a dare il via libera definitivo alla cacciata, domenica mattina intorno alle undici, sarebbe stata nientedimeno che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in persona.
L’allontanamento si inserirebbe nel nuovo corso voluto dalla premier dopo la sconfitta al referendum: basta con lo «scudo umano» per i fedelissimi finiti nell’occhio del ciclone. «Ormai è indifendibile», avrebbe tagliato corto Meloni, dando il segnale che chi sbaglia paga, e in questo caso la «paga» è stata la poltrona che Venezi avrebbe dovuto occupare da ottobre 2026 fino al 2030. Il ministro Giuli, dal canto suo, ha tempestivamente preso le distanze: in una nota ufficiale ha ribadito la «più completa fiducia» nel sovrintendente Colabianchi, auspicando che la decisione – assunta in piena «autonomia e indipendenza» – possa «sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni». Una mossa, quest’ultima, che sa tanto di protezione delle posizioni in un momento delicato per l’esecutivo, specialmente in vista dei prossimi appuntamenti elettorali nella città lagunare.
Un silenzio assordante sullo sfondo di possibili strascichi
Mentre i riflettori si spengono su questa burrascosa liaison, restano sul tappeto alcune schegge giudiziarie e professionali non trascurabili. Nessuno, al momento, ha contezza precisa della natura del contratto eventualmente già sottoscritto dalla direttrice; fonti vicine alla vertenza non escludono che la parte lesa possa decidere di agire per vie legali al fine di ottenere un risarcimento per la mancata prestazione lavorativa. La Fenice, intanto, tira un sospiro di sollievo: l’orchestra e il coro hanno già rivendicato il risultato come una vittoria della «compattezza e dell’unità di ogni reparto del Teatro», mentre l’assessore alla Cultura e il sindaco Luigi Brugnaro – che più di una volta l’avevano paragonata a una calamita per i giovani – osservano ora un silenzio carico di imbarazzo.
Beatrice Venezi, che ha sempre rigettato le critiche archiviatele come frutto di «maschilismo» o di «resistenza al cambiamento», si ritrova così con una carriera internazionale (attualmente è direttrice ospite al Teatro Colón di Buenos Aires) ma con un ponte definitivamente bruciato alle spalle. E mentre il mondo della cultura si divide tra chi parla di «inadeguatezza» e chi di «puro e semplice nepotismo al contrario», l’unico dato oggettivo è che il sipario su questo capitolo veneziano è calato per sempre.




