Il tifone Kalmaegi lascia oltre novanta morti nelle Filippine centrali
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La furia del tifone Kalmaegi, che tra il 3 e il 4 novembre ha investito con inaudita violenza le regioni centrali dell’arcipelago filippino, ha prodotto un bilancio, tutt’altro che definitivo, di almeno novantatré vittime accertate, a cui se ne aggiungono diverse decine di dispersi. Le forti piogge, cadute ininterrottamente per ore, hanno generato alluvioni lampo di una potenza inaudita; queste, a loro volta, hanno spazzato via interi villaggi, costringendo molti dei sopravvissuti a un drammatico asserragliamento sui tetti delle proprie case, in una disperata attesa di essere tratti in salvo. La scia di devastazione, che si estende attraverso province già fragili, è stata ulteriormente aggravata da blackout elettrici diffusi e dal crollo di alberi e linee di comunicazione, isolando completamente alcune delle zone più colpite.
Una tragedia nella tragedia: l’incidente dell’elicottero militare
Tra i nomi che compongono il già pesante computo dei morti, spiccano quelli di sei membri dell’aeronautica militare filippina, deceduti in un incidente occorso al loro velivolo nella provincia meridionale di Agusan del Sur. L’elicottero, come è stato riferito dalle autorità, era impegnato in una delicata missione umanitaria, finalizzata a portare aiuti di prima necessità alle popolazioni che, a causa delle inondazioni, si trovavano completamente tagliate fuori dal mondo. Questo episodio, che da solo riassume i pericoli e le difficoltà delle operazioni di soccorso in un contesto tanto proibitivo, ha gettato un’ombra ancora più cupa su una situazione già di per sé catastrofica, sottolineando come la risposta all’emergenza comporti dei rischi estremi per chi la mette in atto.
Le immagini della desolazione tra fango e macerie
Le prime riprese aeree, effettuate con droni nelle ore successive al passaggio della perturbazione, restituiscono l’immagine di un paesaggio trasfigurato e spettrale. Lungo le rive del fiume a Talisay City, per esempio, si stende una distesa uniforme di fango e detriti, nella quale è appena possibile riconoscere i resti di quelle che un tempo erano abitazioni. Interi quartieri, nelle municipalità di Sagay e di Silago, sono finiti sommersi sotto metri d’acqua, trasformando strade e piazze in canali impetuosi che hanno trascinato con sé tutto ciò che incontravano; centinaia di famiglie, private in un istante di qualsiasi bene, hanno dovuto abbandonare i propri averi per trovare un precario rifugio nei centri di accoglienza allestiti in fretta e furia, i quali, a loro volta, faticano a far fronte all’enorme afflusso di sfollati.
Un bilancio destinato a rappresentare un primato negativo
Con un numero di decessi che ha ormai superato la soglia dei novanta, come confermato da un portavoce della provincia di Cebu – una delle aree più duramente colpite –, quella provocata da Kalmaegi si configura come la peggiore inondazione che abbia colpito le Filippine negli ultimi anni. La forza dei venti, le cui raffiche hanno toccato punte di centottantacinque chilometri orari, non ha dato tregua, abbattendo tutto ciò che incontrava sul suo percorso e lasciando dietro di sé una nazione costretta a fare i conti con una perdita immensa, sia in termini di vite umane che di infrastrutture essenziali. La macchina dei soccorsi, nonostante le gravissime difficoltà oggettive, continua imperterrita le sue operazioni di ricerca e assistenza, mentre il fango, lentamente, inizia a rivelare l’intera, tragica portata di quanto accaduto.




