Chi (e perché) lavora contro la “non proliferazione nucleare”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si è conclusa da poche ore a New York l’undicesima Conferenza di revisione delle Parti al Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (Tnp), e il bilancio, come ampiamente preventivabile in un clima geopolitico segnato da una conflittualità crescente tra le potenze, non potrebbe essere più desolante. Per la terza volta consecutiva – un’astinenza ormai quindicennale che ricalca i fallimenti del 2015 e del 2022 – i lavori si sono chiusi senza l’adozione di un documento finale.

A decretare l’ennesimo scacco negoziale, in questo frangente, è stata la consueta questione iraniana: la delegazione di Teheran ha infatti posto il veto su un passaggio che ribadiva il divieto per il regime degli ayatollah di inseguire l’arma atomica, una clausola ritenuta pleonastica dalla Repubblica Islamica ma inaccettabile per gli Stati Uniti di Donald Trump, i quali hanno ovviamente respinto la richiesta di rimozione.

È l’ennesimo segnale di cedimento strutturale di un impianto normativo che, nonostante vanti una storia di successi parziali risalenti al 1975, appare oggi gravemente minacciato dalla tentazione, sempre più diffusa tra gli Stati membri, di sottrarsi alle sue regole per tenersi le mani libere in un contesto internazionale sempre più violento.

L’erosione dei tre pilastri e la bomba “diplomatica” di Pyongyang

Le difficoltà incontrate nella Grande Mela, dove la partecipazione di alti funzionari italiani ed europei è stata piuttosto sbiadita, non dipendono però esclusivamente dalle beghe lessicali riguardanti l’arricchimento dell’uranio o le ispezioni dell’Aiea. A rendere praticamente ingestibile la situazione, spiegano gli esperti di controllo armamenti, è l’erosione simultanea dei tre pilastri su cui il Trattato regge: il disarmo, la non proliferazione e l’uso pacifico dell’energia atomica.

Sul fronte del disarmo, l’arretramento è sotto gli occhi di tutti: il New Start, l’ultimo baluardo bilaterale tra Washington e Mosca, è scaduto ormai da oltre un anno senza che si intravvedesse un successore, e la Russia di Vladimir Putin ha risposto alla dottrina Trump di potenziamento dell’arsenale con una parallela e costosa modernizzazione delle proprie testate.

Nel frattempo, approfittando del vuoto lasciato dalle due ex-superpotenze, anche la Cina ha deciso di abbandonare il suo storico profilo “moderato” per aumentare rapidamente la quantità e la qualità dei propri missili.

E se questo è il quadro tra i “grandi”, la credibilità del Tnp viene ancor più erosa dalla condotta di chi è rimasto fuori dal sistema: è di sole 48 ore fa la notizia, diffusa dalla agenzia di stampa ufficiale Kcna, secondo cui il leader nordcoreano Kim Jong Un ha ispezionato un nuovo impianto per il trattamento dell’uranio, mostrando con orgoglio file di centrifughe perfettamente funzionanti.

Pyongyang, uscita dal Trattato nel lontano 2003, ha dichiarato che la sua capacità di produrre materiale fissile è più che raddoppiata negli ultimi cinque anni e che intende potenziare la sua forza nucleare in modo “esponenziale”.

Parisi e lo spettro delle armi autonome: un nuovo fronte per la comunità scientifica

Mentre i delegati a New York alzavano bandiera bianca di fronte ai veti incrociati tra Iran e Stati Uniti, a Roma il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi riceveva in Campidoglio il premio per la pace della Fondazione Ducci, offrendo però una lettura tutt’altro che trionfalistica del presente. Parisi, nel suo intervento ripreso da diverse agenzie, ha spostato l’attenzione su un elemento di novità che rende il quadro attuale persino più preoccupante rispetto ai picchi della Guerra Fredda: l’avvento dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma.

Lo scienziato ha spiegato che la vera sfida, nei prossimi anni, non sarà soltanto impedire la proliferazione orizzontale della bomba (da Tehran a Riyad, per intenderci), ma riuscire a regolamentare le cosiddette “armi autonome letali”.

Parisi ha accettato il riconoscimento – ha confessato con sincerità – non perché si senta un attivista, ma perché crede fermamente che gli scienziati abbiano un dovere morale preciso: spiegare all’opinione pubblica, senza inutili allarmismi ma anche senza reticenze, che delegare la scelta del bersaglio a un algoritmo abbasserebbe pericolosamente la soglia del conflitto. Se una macchina potesse decidere in frazioni di secondo, insomma, il rischio di innescare una reazione a catena (non necessariamente nucleare, ma comunque letale) crescerebbe in modo esponenziale.

L’incognita del linguaggio e il paradosso dell’“ombrello nucleare”

A complicare ulteriormente il già fragile equilibrio del Tnp, oltre alle dichiarazioni di Kim e ai timori espressi dal fisico italiano, concorre anche una querelle giuridico-politica che vede contrapposti i membri della Nato (l’Italia inclusa) alle potenze rivali. Come documentano gli atti della conferenza, è tornata prepotentemente alla ribalta la questione del “nuclear sharing”, ovvero dello stazionamento di ordigni tattici statunitensi su basi di Paesi che – come il nostro – hanno formalmente rinunciato al possesso autonomo della bomba firmando il Trattato.

Sebbene il Tnp non vieti espressamente questa pratica (e anzi, per certi versi la tolleri come extrema ratio della deterrenza), i fronteggiatori del Trattato, guidati da Russia e Cina, ne contestano la legittimità morale, ritenendola una violazione dello spirito dell’accordo. La posizione russa, in particolare, ha perso parte della sua carica propulsiva dopo la decisione di Mosca di dispiegare proprie testate nucleari in Bielorussia, ma il dibattito resta aperto e velenoso.

Ed è proprio in questa palude di ambiguità che il Tnp rischia di arenarsi definitivamente: da un lato, le potenze nucleari legittime (Usa, Russia, Cina, Francia, Uk) non mostrano alcuna intenzione di procedere verso il disarmo totale previsto dall’articolo VI; dall’altro, i Paesi non nucleari, vedendo che la rinuncia all’arma non garantisce loro immunità dalle aggressioni (basti pensare all’Ucraina), cominciano a chiedersi se valga ancora la pena restare fedeli a un patto che nessuno sembra più voler onorare.

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