Serpenti, l’assurdo labirinto di un femminicida che nessuno vuole arrestare
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Prima il serpente, naturalmente. Serpenti comincia con una grafica che richiama Snake, l’elementare e ipnotico videogioco del serpente che mangia, cresce e finisce per trasformare il proprio corpo in un ostacolo. La creatura digitale avanza sullo schermo, divora ciò che incontra e lascia emergere i titoli di testa, accompagnata da un soundtrack minimale e ossessivo. Quel serpente pixelato che si mangia lo spazio è già una dichiarazione di intenti, una metafora visiva che anticipa il cortocircuito narrativo in cui sta per precipitare lo spettatore.
E il regista Roberto De Paolis Maino, insieme ai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo alla sceneggiatura, costruisce un’opera efficace che, nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento e va dritta al cuore delle cose, senza mai concedersi facili moralismi.
Un delitto senza movente e la ricerca disperata di una punizione
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Non c’è un movente, non c’è una lite, non c’è un grido: c’è solo un gesto che appare come un corto circuito emotivo, un atto che lo stesso protagonista fa fatica a comprendere e che lo divora dall’interno. Travolto dal senso di colpa, l’uomo decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e, forse, un senso alla propria esistenza infranta. Ma ciò che dovrebbe essere il percorso più lineare e scontato – presentarsi in commissariato e confessare un omicidio – si trasforma in un calvario surreale.
Tra poliziotti distratti che non vogliono compilare moduli, avvocati zelanti che gli suggeriscono di ritrattare per evitare guai peggiori, cartomanti che leggono il futuro e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. Paolo si scopre così vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare.
Il grottesco come specchio di una società indifferente
Presentato alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, passato nella sezione Venezia Spotlight, Serpenti si muove con agilità tra il noir esistenziale e la commedia amara. La firma dei fratelli D’Innocenzo, co-sceneggiatori con il regista, si avverte in quella capacità di trasformare il quotidiano in un incubo metafisico, dove le istituzioni appaiono come ingranaggi arrugginiti di una macchina che non sa più cosa fare della verità.
Paolo Marra si muove in un mondo che ha rimosso il senso della responsabilità: i funzionari sono incapaci di affrontare l’evidenza, gli avvocati pronti a riscrivere la realtà per comodità, e la sua colpevolezza diventa quasi un problema secondario, un impiccio burocratico da risolvere con un timbro e una firma. In questo labirinto, il femminicidio non è più un dramma ma un ingombro amministrativo, e l’uomo che ha ucciso si ritrova a implorare una giustizia che sembra essersi addormentata.
Tra Kafka e Flaiano, l’Italia dei cortocircuiti morali
Il riferimento a Kafka è dichiarato e inevitabile, ma Serpenti aggiunge una venatura di satira all’italiana che richiama certi umori di Ennio Flaiano. L’assurdità non è solo nella burocrazia, ma nell’atteggiamento di chi la abita: personaggi grotteschi che non ascoltano, che fraintendono, che cercano di normalizzare l’anormale per non doversi sporcare le mani. Paolo Marra, interpretato da un Leonardo Lidi in stato di grazia, non è un eroe né un villain: è un uomo comune schiacciato da un gesto che non sa spiegare e da un sistema che non sa gestire.
E mentre lui cerca disperatamente di consegnarsi alla giustizia, lo spettatore si trova a fare i conti con una domanda scomoda: cosa succede quando la colpa non trova più un tribunale disposto a giudicarla? L’opera di De Paolis Maino non dà risposte, ma fotografa con lucidità un’Italia che ha perso la bussola, dove la responsabilità individuale si scontra con l’indifferenza collettiva e dove il mostro, alla fine, non è il serpente ma il vuoto di senso che lo circonda.
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