iMessage e RCS, la svolta sulla crittografia end-to-end ora divide il mondo (e l’Italia resta fuori)

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è una rivoluzione silenziosa, di quelle che non si vedono ma che cambiano le regole del gioco, e viaggia dentro i protocolli di messaggistica che usiamo ogni giorno. Da qualche giorno, e precisamente con il rilascio in beta di iOS 26.5, Apple ha compiuto un passo che per anni aveva evitato: la crittografia end‑to‑end è stata estesa ai messaggi RCS scambiati tra un iPhone e un telefono Android. Significa, in termini pratici, che anche quando un utente con un dispositivo Google o Samsung scrive a un altro che possiede un melafonino, il testo diventa illegibile per chiunque si trovi nel mezzo – operatore telefonico, hacker o amministratore di sistema. Una svolta epocale, sulla carta, destinata a ridurre il bisogno di app di terze parti come WhatsApp o Signal, ma solo sulla carta.

Perché il rovescio della medaglia, e qui il discorso si fa più sfumato, è che questa nuova architettura di sicurezza – tanto attesa negli Stati Uniti dove gli SMS resistono ancora come abitudine nazionale – non è affatto universale. Gli americani, abituati a usare l’app Messaggi di default quasi come fosse un’estensione della linea telefonica, vedranno presto comparire l’indicazione “crittografia end‑to‑end” nei dialoghi con i loro amici androidiani. In Italia, e in molti altri paesi europei, il quadro è diverso. La funzione non viene attivata perché manca un prerequisito tecnico fondamentale: molti operatori telefonici locali non hanno ancora implementato gli standard RCS aggiornati che Apple richiede per abilitare la protezione. Senza quel tassello, il sistema arretra sul vecchio cifrario: meno sicuro, più vulnerabile.

L’Europa che non c’entra, e quella che invece detta legge

A complicare ulteriormente la geografia della privacy c’è un secondo paradosso, tutto europeo. Nella serata dell’11 maggio, sempre con iOS 26.5, Apple ha distribuito – solo all’interno dei confini dell’Unione – alcune novità che fino a pochi mesi fa definiva inaccettabili. Non si tratta della crittografia RCS, bensì di due funzioni di interoperabilità imposte dal Digital Markets Act, quel regolamento con cui la Commissione Ue sta lentamente smantellando il controllo assoluto che i cosiddetti “gatekeeper” esercitano sui loro ecosistemi. La prima: l’accoppiamento di prossimità per auricolari di altre marche, che ora funziona come quello degli AirPods. La seconda: le notifiche di iPhone possono essere inoltrate anche su smartwatch di terze parti, un lusso prima riservato solo all’Apple Watch.

Non è poco, se si considera che Cupertino ha sempre difeso la propria muraglia come un valore aggiunto per la sicurezza. Il regolamento europeo ha costretto l’azienda a scavalcare quella muraglia, almeno in parte. La crittografia RCS, invece, non viene da un obbligo legislativo ma da una scelta tecnica: una risposta indiretta al dominio di WhatsApp negli Stati Uniti? Oppure una mossa per placare le indagini antitrust oltreoceano? Le informazioni disponibili non lo dicono, e ogni ipotesi resterebbe tale.

Le notifiche e gli auricolari, il lato visibile dell’aggiornamento

C’è poi un terzo livello, meno epico ma molto pratico. iOS 26.5 porta con sé anche funzioni che erano già state avvistate a partire dalle prime beta di iOS 26.3, ma che solo ora escono dal laboratorio. Parliamo dell’accoppiamento in stile AirPods per cuffie di altri produttori: basta avvicinarle all’iPhone, e il sistema riconosce il dispositivo aprendo la finestra di connessione senza passare dalle impostazioni Bluetooth. Un piccolo gesto, che copia l’esperienza fluida degli auricolari Apple, e che per la prima volta viene esteso ufficialmente ai prodotti di terze parti in Europa. Non solo: le notifiche – chiamate, messaggi, promemoria – possono essere visualizzate anche su smartwatch non Apple, purché compatibili con lo standard imposto dalla nuova versione.

In questo caso, a differenza delle altre, si tratta di funzioni già attive da subito sui vecchi iPhone europei. Nessuna beta, nessuna attesa. L’aggiornamento è arrivato nella notte tra l’11 e il 12 maggio, e chi ha un dispositivo compatibile – dalla fascia media in su – può già testarle. Apple non le aveva pubblicizzate molto, forse perché non nascondono un certo fastidio: l’azienda ha dovuto adeguarsi per evitare multe miliardarie.

L’Italia e il buco nero della crittografia RCS

Resta il nodo più spinoso, quello che riguarda la sicurezza reale delle comunicazioni quotidiane. In Italia, dove l’uso degli SMS tradizionali è crollato da anni in favore di WhatsApp e Telegram, la mancanza della crittografia end‑to‑end su RCS potrebbe sembrare un problema minore. Eppure, c’è una contraddizione di fondo: la maggior parte degli utenti Android che aggiornano il proprio sistema si ritrova automaticamente con RCS attivo, spesso senza saperlo. Se scrivono a un utente iPhone senza la protezione integrata, i loro messaggi viaggiano in chiaro almeno fino al server dell’operatore. E lì, in assenza dello standard aggiornato, possono essere teoricamente intercettati.

Nessun operatore italiano ha ancora confermato ufficialmente quando adeguerà le proprie infrastrutture. Alcuni stanno testando, altri rinviano. Il risultato è che mentre un americano medio parla criptato con chiunque, un italiano con Android deve ancora fidarsi di sistemi terzi o di app proprietarie. La cronaca nera, in questo campo, ha insegnato che le intercettazioni selvagge e i data breach non avvengono solo nei film: la recente inchiesta della procura di Roma su un traffico illecito di dati telefonici lo ha dimostrato senza bisogno di aggettivi. Per questo, e non per astratta ideologia, la crittografia end‑to‑end non è un vezzo ma un presidio.

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