Trump e il golfo persico, il rinvio dell'attacco all'Iran e il pressing di Netanyahu

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo aver annunciato di aver ricevuto rassicurazioni sul comportamento di Teheran, ha deciso di congelare piani militari imminenti contro l’Iran, in una mossa che ha sorpreso molti osservatori. "Non vi dirò se agirò o meno", ha dichiarato Trump, lasciando deliberatamente in sospeso ogni possibile sviluppo operativo. La decisione, stando a quanto riferito da un alto funzionario americano al New York Times, giunge a seguito di un diretto intervento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale avrebbe sollecitato, in un colloquio con il presidente, una pausa di riflessione. Netanyahu, nonostante le tensioni storiche con la Repubblica Islamica, ha dunque optato per una linea prudente, suggerendo di valutare con maggior cautela gli effetti di un'azione militare diretta, la cui portata sarebbe difficilmente calcolabile.

La portaerei Lincoln e lo spiegamento di forze

Il quadro strategico, del resto, era mutato rapidamente nelle ore precedenti, con l’ordine impartito alla portaerei USS Abraham Lincoln di dirigersi verso il Medio Oriente, una manovra interpretata come un chiaro segnale di pressione. La nave, una delle superportaerei a propulsione nucleare di classe Nimitz, ha interrotto le sue operazioni di routine nel Mar Cinese Meridionale per puntare verso acque calde, in quella che appariva come la premessa a un possibile intervento. Tale movimento, però, è stato seguito da una virata improvvisa, sia in senso letterale che metaforico, confermando la natura volatile della crisi. Alcuni analisti sottolineano come lo spiegamento di forze, peraltro non eccezionale, potesse servire anche a scopi dissuasivi, pur nell’ambito di una strategia non ancora definita nei dettagli esecutivi.

Le pressioni diplomatiche e l'opzione Tomahawk

Accanto alla richiesta di Netanyahu, hanno giocato un ruolo significativo le pressioni provenienti dai Paesi del Golfo Persico, preoccupati dalle ripercussioni di un conflitto aperto alle loro porte. Questi alleati regionali di Washington, sebbene tradizionalmente ostili all’influenza iraniana, temono l’instabilità e le conseguenze di un’escalation militare su vasta scala. Nel frattempo, le opzioni sul tavolo del presidente statunitense restano multiple: secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, infatti, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere all’uso di missili da crociera Tomahawk, già dispiegati su cacciatorpediniere nella regione, per colpire obiettivi sensibili senza necessità di un imponente gruppo da battaglia aeronavale. Una capacità, questa, che permetterebbe a Washington di agire con relativa rapidità nonostante l’assenza, al momento, di una portaerei nel teatro mediorientale, visto che una parte significativa della flotta è attualmente concentrata nell’area caraibica.

Il giallo delle fonti e la situazione interna iraniana

A rendere più complessa la lettura degli eventi contribuisce la contraddittorietà delle fonti, che alimenta un fitto giallo sulle reali intenzioni della Casa Bianca. Se da un lato un canale mediatico vicino a Teheran sostiene che Trump abbia rinunciato all’attacco, dall’altro fonti giornalistiche americane riportano la richiesta del presidente di studiare un’opzione militare “rapida e definitiva” per colpire il regime. Lo stesso presidente, d’altronde, aveva motivato il suo cambio di passo affermando di aver ottenuto informazioni, da “fonti molto importanti dall’altra parte”, riguardo a una sospensione delle esecuzioni capitali e della repressione violenta delle proteste in Iran. Dichiarazioni, queste, che non hanno trovato conferme ufficiali indipendenti e che lasciano aperti molti interrogativi sulla reale evoluzione della situazione interna iraniana e sulla sua influenza nelle valutazioni di Washington.

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