Angri, il gip convalida il fermo della seconda moglie: «Lo ha evirato con crudeltà»
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Redazione Interno
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La vicenda, consumatasi nel pomeriggio del primo maggio tra le mura di una casa di via Mezzo ad Angri, in provincia di Salerno, ha assunto i contorni di una furia primordiale: quella che, secondo il giudice per le indagini preliminari Federico Noschese, avrebbe trasformato una lite domestica in un atto di una violenza inaudita. Afrine Muna, trentacinquenne originaria del Bangladesh, è stata convalidata in carcere con l’accusa di lesioni gravissime — non più tentato omicidio, si badi — e l’aggravante della crudeltà. La donna, che è la seconda moglie del quarantenne connazionale Rahman Mizanur, avrebbe atteso che lui si addormentasse dopopranzo, forse dopo una discussione incentrata sul desiderio di lui di far trasferire anche la prima moglie nella nuova abitazione, per poi recidere di netto l’organo genitale del marito.
Una coltellata che taglia ogni possibilità di recupero
Il racconto dei fatti, ricostruito in diciassette pagine di ordinanza, lascia pochi spiragli alla casualità. La trentacinquenne, stando agli atti, avrebbe prima narcotizzato Rahman Mizanur — un dettaglio, quest’ultimo, che il gip ha ritenuto centrale per dimostrare la premeditazione — e poi, impugnata una lama, lo avrebbe evirato. La perdita di sangue è stata impressionante: tre litri nell’arco di poche ore, una emorragia che ha messo a serio rischio la vita dell’uomo, sebbene i medici dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore abbiano poi escluso il pericolo immediato. L’intervento chirurgico, eseguito d’urgenza, non ha potuto però ricostruire quanto tranciato; il legale della vittima, l’avvocato Angelo Pisani, ha spiegato che «è impossibile riattaccare l’organo tagliato», con una conseguente compromissione permanente della funzione.
La dinamica familiare e l’ombra della gelosia
La coppia, entrambi bengalesi, si era da poco separata dai rispettivi precedenti coniugi per iniziare una convivenza proprio in quell’appartamento di Angri. Il primo maggio, dunque, avrebbe dovuto rappresentare una sorta di nuova partenza; e invece si è rivelato il teatro di uno sfregio che il giudice ha definito «crudele». L’elemento scatenante, secondo quanto riportato, sarebbe stata la volontà del marito di non limitarsi a convivere esclusivamente con Afrine, ma di reinserire nella loro vita anche la prima moglie, magari facendola trasferire nella stessa casa. Una prospettiva, questa, che la trentacinquenne non avrebbe tollerato, spingendola a quell’atto estremo mentre lui riposava, ignaro, dopo il pasto.
Un processo tra assistenza legale gratuita e accanimento social
L’avvocato Pisani, che ha annunciato di assistere gratuitamente il quarantenne ferito, ha fondato l’associazione ‘1523.it - Potere ai Diritti’, la quale si costituirà parte civile nel procedimento giudiziario. Il difensore, nel commentare il clamore mediatico che ha avvolto la vicenda, ha parlato di «sconcertante campagna mediatica di accanimento sui social», riferendosi a quella che considera una caccia all’immaginario collettivo più che un’analisi serena dei fatti. Afrine Muna rimane intanto ristretta in carcere, in attesa degli sviluppi processuali, mentre il compagno resta ricoverato: la sua vita, fuori pericolo, è però segnata da una mutilazione che nessuna chirurgia potrà più restituire integra.




