Crans-Montana, dopo il rogo l’ombra dei conti opachi e delle licenze facili
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Le fiamme che nella notte di Capodanno hanno inghiottito il bar-discoteca Le Constellation, a Crans-Montana, lasciando sul terreno quaranta morti e centododici feriti, hanno portato alla luce, insieme a errori e superficialità inaccettabili nella gestione della sicurezza, un intricato reticolo di attività economiche dalle origini finanziarie poco chiare. Dalle prime indagini, che hanno come oggetto il corso Jacques Moretti e la moglie Jessica, proprietari del locale, emerge infatti un quadro in cui l’acquisizione di vari ristoranti e locali alla moda, oltre a proprietà immobiliari e automobili di lusso – una Mercedes, una Porsche, una Maserati e una Bentley da trecentosessantamila euro – sarebbe avvenuta senza l’onere di mutui e, in alcuni casi, perfino sfruttando i rimborsi statali legati alla pandemia. Una situazione, questa, che solleva interrogativi stringenti sulla vigilanza esercitata dalle autorità locali, dall’erario e dai vigili del fuoco, i quali, stando a quanto pare, non si sarebbero mai incuriositi di fronte a un simile e repentino accumulo di ricchezza da parte di uno “straniero” – come viene definito nelle cronache giudiziarie – con un passato non proprio immacolato, essendo stato condannato in precedenza per il reato di favoreggiamento della prostituzione.
Le dichiarazioni dei sopravvissuti e il peso delle parole
Mentre la magistratura cerca di ricostruire la catena di responsabilità, sia tecniche che amministrative, le dichiarazioni dei sopravvissuti continuano a dipingere, con crudezza, i minuti di quel panico indescrivibile. “Sono salito a prendere un estintore mentre le persone urlavano e un fumo denso saliva”, racconta un testimone, la cui ragazza, in preda al terrore, gli gridava di non lasciarla andare mentre veniva travolta dalla calca. “L’ho tirata via, aveva i capelli che fumavano”, aggiunge, in una sintesi agghiacciante di quei momenti in cui, come confermato da altri, il fuoco si è propagato all’intero soffitto e al piano superiore in pochi, fatali secondi. Proprio sulla difficoltà di trovare un linguaggio adeguato a una simile tragedia si è interrogato pubblicamente, durante la cerimonia di omaggio nazionale alle vittime, il giornalista Benoît Aymon, maestro di cerimonia a Martigny, il quale ha ammesso la fatica nel dover parlare dell’indicibile e la necessità di scegliere, in una situazione drammatica, parole dal peso enorme.
Le domande insolute di una strage annunciata
La rabbia e l’orrore per il comportamento delinquenziale di diversi soggetti coinvolti, che hanno portato alla morte di giovani vite ancora innocenti, commuovendo il mondo intero, si intrecciano dunque con una serie di interrogativi di natura più ampia, che trascendono i pur cruciali aspetti della sicurezza antincendio. Come è possibile, ci si chiede, che in un comune di diecimila abitanti, dove solo poco più della metà sono nati in Svizzera, simili attività imprenditoriali siano potute fiorire senza suscitare alcun allarme o controllo approfondito da parte degli organi preposti? La questione, che tocca da vicino le dinamiche di integrazione, di legalità economica e di vigilanza amministrativa in contesti turistici ad alta visibilità, resta aperta, mentre le indagini procedono per accertare le precise responsabilità penali e civili. La strage di Crans-Montana, al di là della sua immediatezza criminale, sembra così squarciare un velo su meccanismi opachi, fatti di licenze concesse forse con troppa disinvoltura e di capitali la cui provenienza non è stata mai veramente indagata, in un sistema che ha mostrato, tragicamente, tutti i suoi limiti.




