“Ventinove miliardi di dollari” bruciati in nove settimane e mezzo: il Pentagono alza il conto della guerra in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina da guerra americana, impegnata ormai da oltre due mesi sul fronte iraniano, continua a bruciare risorse a un ritmo che nemmeno i funzionari del Pentagono sembrano in grado di prevedere con esattezza. L’ultimo aggiornamento fornito al Congresso, martedì, parla di una cifra che ha fatto alzare piú di un sopracciglio tra i commissari al bilancio: 29 miliardi di dollari, pari a circa 24,7 miliardi di euro. Un rincaro non da poco, considerando che erano passate meno di due settimane dall’ultima stima ufficiale, quella che fissava il costo totale dell’operazione a 25 miliardi. A dirlo, durante l’audizione congiunta, è stato Jay Hurst, il controllore del Dipartimento della Difesa; e la sua spiegazione per giustificare quei quattro miliardi in piú ha gettato luce sulla natura imprevedibile e logorante del conflitto in corso.

Secondo quanto riferito da Hurst ai legislatori, l’incremento del conto non dipende tanto dall’intensità dei bombardamenti delle ultime ore, quanto da due voci di spesa che rischiano di pesare sul bilancio americano per anni: la riparazione e la sostituzione delle attrezzature danneggiate o consumate sul campo. Circa 24 miliardi di dollari, ha specificato il funzionario, sono stati gi assorbiti solo dal materiale bellico, un capitolo che include munizioni, missili e i droni persi o distrutti durante le incursioni. C’è poi la voce dei normali costi operativi – il mantenimento delle truppe in teatro, la logistica, i carburanti – ma sono proprio le riparazioni a rappresentare l’incognita piú temuta dagli strateghi. Tuttavia, a rendere il quadro ancora piú opaco, c’è un’importante omissione: nella cifra ufficiale non rientrano i danni subiti dalle basi militari statunitensi nella regione.

Il buco nel conto delle riparazioni e il fantasma dei costi futuri

La precisazione, arrivata sempre dal controllore del Pentagono durante la stessa audizione al Senato, ha aperto uno squarcio preoccupante sulla reale dimensione del conto che aspetta i contribuenti americani. “Non stiamo facendo una stima per la costruzione militare in questo momento”, ha dichiarato Hurst, ammettendo implicitamente che i 29 miliardi sono solo la punta dell’iceberg. Non sappiamo quale sará il nostro futuro schieramento, ha aggiunto, né come verranno ricostruite quelle infrastrutture, senza dimenticare il ruolo che eventualmente giocheranno gli alleati nel sostenere le spese. Di fatto, il governo sta chiedendo al Congresso di fidarsi su un target mobile, mentre gli esperti indipendenti – come Linda Bilmes della Harvard Kennedy School – ipotizzano che il costo totale, includendo la sostituzione dei sistemi d’arma piú avanzati e l’assistenza sanitaria ai veterani, potrebbe avvicinarsi pericolosamente ai mille miliardi di dollari.

L’allarme, del resto, è palpabile anche tra i banchi del Parlamento, dove l’iniziale sostegno bipartisan alla rappresaglia militare sta lasciando spazio a un fronte crescente di scetticismo. Il timore, espresso sia da democratici che da repubblicani, ruota attorno a due poli: l’erosione delle scorte strategiche americane e l’assenza di una richiesta formale di fondi supplementari da parte dell’amministrazione. Durante l’audizione, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dovuto respingere quelle che ha definito le “commedie sulle munizioni esaurite”, assicurando che la produzione sta accelerando, ma le cifre parlano di un consumo di Patriot e Tomahawk talmente elevato – nei primi giorni ne sono stati sparati piú che in quattro anni in Ucraina – che i magazzini appaiono oggi un pozzo senza fondo. E a nulla sono servite, per ora, le rassicurazioni di Hegseth sul fatto che esista “un piano per l’escalation, se necessario” e uno per arretrare, perché ciò che il Congresso chiede non è una strategia militare generica, ma un rendiconto dettagliato di dove siano finiti quei 29 miliardi.

La questione del “budget di guerra” e lo stallo con il Congresso

È proprio sul terreno della trasparenza finanziaria che si gioca la prossima, delicata partita tra la Casa Bianca e il Campidoglio. La rappresentante democratica Betty McCollum, ascoltando le dichiarazioni di Hegseth e Hurst, ha formalmente richiesto una disamina puntuale delle spese: un documento che separi i costi per il personale, la manutenzione delle navi, i combustibili e soprattutto i danni alle installazioni. Il termine per consegnare queste carte, ha intimato McCollum, è fissato all’11 giugno, in concomitanza con la discussione sulla legge di bilancio per la difesa. Ma c’è un nodo politico che rende tutto piú complicato. L’amministrazione Trump, nonostante la presidenza sia ormai consolidata da oltre un anno, continua a condurre questa guerra senza una specifica autorizzazione all’uso della forza militare (AUMF) da parte del Congresso, un vuoto legislativo che i democratici hanno denunciato come incostituzionale sin dai primi giorni del conflitto.

In risposta a questa mancanza di controllo, un gruppo di parlamentari guidati da Jimmy Panetta e Pat Ryan ha presentato una legge che mira a tagliare i fondi: il “No Funds for Iran War Act”, un provvedimento che proibirebbe l’utilizzo di ulteriori dollari dei contribuenti per le operazioni in Iran finché il Congresso non dará il suo via libera ufficiale. “Il presidente sta conducendo una guerra scelta che ha giá ucciso 13 soldati americani e sta aumentando il costo della vita in patria”, ha tuonato Ryan, sottolineando come l’aumento dei prezzi alla pompa di benzina sia una diretta conseguenza di questi 29 miliardi bruciati in soli due mesi. Dall’altra parte, Hegseth difende la richiesta di bilancio per il prossimo anno fiscale – che sfiora i mille e cinquecento miliardi di dollari, segnando un incremento del 50% – sostenendo che sia necessario colmare il “degrado” delle forze armate ereditato dal passato.

Il peso dell’inflazione e le dichiarazioni di Trump

A complicare ulteriormente lo scenario finanziario, si aggiunge un quadro macroeconomico che a molti americani appare sempre piú ostile. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) di aprile ha registrato un balzo al 3,8%, un livello che non si vedeva da due anni e che gli analisti attribuiscono in gran parte all’impennata del costo dell’energia conseguente alle operazioni militari nel Golfo. Tuttavia, quando i giornalisti hanno chiesto al presidente Trump, poco prima della sua partenza per la Cina, se il disagio economico dei cittadini lo stesse spingendo a cercare un accordo di pace, la risposta è stata tanto secca quanto rivelatrice. “Non penso alla situazione finanziaria degli americani”, ha dichiarato Trump fuori dalla Casa Bianca, aggiungendo con un realismo privo di fronzoli che la sua mente è occupata da una sola ossessione: impedire che Teheran si doti dell’arma atomica. Il presidente, insomma, ha scelto di separare nettamente il costo umano e sociale della guerra dal suo obiettivo strategico.

Il rischio, secondo molti osservatori presenti al Congresso, è che i 29 miliardi attuali rappresentino solo la prima rata di una fattura che lieviterá nel lungo periodo, soprattutto se si considera che l’amministrazione deve ancora quantificare i danni alle basi o stabilire la futura struttura delle forze in Medio Oriente. Per ora, il Pentagono ammette di non avere una stima affidabile per i danni alle infrastrutture, lasciando il conto aperto in attesa di decisioni politiche ancora da prendere. I parlamentari, nel frattempo, si preparano a una settimana decisiva per il budget, mentre il presidente continua a giocare la sua partita diplomatica con Teheran, respingendo al mittente le condizioni iraniane che definisce “spazzatura”. Quello che è certo, alla luce delle cifre diffuse martedì, è che la guerra all’Iran si sta rivelando un bagno di sangue per le finanze pubbliche, con un’escalation dei costi che nessuna stima precedente era riuscita a cogliere appieno.

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