Silvia Salis e il giallo del “campo largo”: la sindaca che non vuole le primarie agita il sonno di Schlein e Conte
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Redazione Interno
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Non è la classica debuttante, quella che abbassa lo sguardo al primo giro di giostra. Silvia Salis, che fino a maggio dell’anno scorso – quando ha strappato Genova al centrodestra con oltre il 51 per cento dei voti battendo Pietro Piciocchi – non aveva mai messo piede in un consiglio comunale, si è ritrovata tra le mani un predicato politico che molti leader consumati si sognano. Ex martellista di livello internazionale ed ex vicepresidente vicaria del CONI, la prima cittadina ligure ha scoperto che l’effetto sorpresa, nel calderone della politica nazionale, vale molto più di una tessera di partito. E lo ha scoperto a sue spese, o forse a suo vantaggio, quando l’altro giorno a Bloomberg ha lasciato cadere una frase destinata a diventare un macigno nello stagno delle opposizioni: «Se mi chiedessero di candidarmi premier contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che, davanti a una richiesta unitaria, non lo prenderei in considerazione».
La candidatura che non c’è (ma che qualcuno teme già)
Quella frase, apparentemente vaga e condizionale, ha avuto l’effetto di un pugno chiuso dentro un guanto di velluto. Da quel momento, il centrosinistra – che già fatica a tenere insieme le anime del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle – è entrato in fibrillazione. La reazione di Elly Schlein e Giuseppe Conte, più che rumorosa, è stata glaciale. I due, come riportato da fonti vicine al dossier, sono rimasti in un silenzio carico di nervosismo, mentre nelle retrovie scattava il fuoco amico: editoriali e commenti a raffica hanno provato a mettere nell’angolo la sindaca con ambizioni da “premier”, colei che non vuole neppure sentir parlare di passare dal giudizio delle urne primarie. Perché questa è la vera questione, il pomo della discordia. Salis non intende sottoporsi al verdetto delle coalizioni o dei gazebo: lei pretende, per così dire, la convocazione diretta.
A gettare acqua sul fuoco, o almeno a tentare di spegnere l’incendio, ci ha pensato Gaetano Manfredi. Il sindaco di Napoli, che presiede anche l’Anci, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano lumi sul futuro della coalizione con una perentoria chiusura: «Io credo che in questo momento non bisogna parlare di persone, bisogna parlare di programma, di un progetto per il Paese». Manfredi ha poi argomentato meglio, specificando che oggi i leader riconosciuti del “campo largo” sono due – «penso ovviamente a Elly Schlein e a Giuseppe Conte» – lasciando intendere che la figura di Salis, per quanto emergente, rientra semmai nel novero dei “tanti altri leader che contribuiscono”. Una sberla diplomatica, la sua, che però non cancella la sostanza del problema.
La macchina del fango e la strategia dell’attesa
Nel frattempo, nell’ecosistema dell’editoria di sinistra, si è scatenata una controffensiva degna di una guerra tra cosche. Il nome di Salis è finito al centro di una narrazione sempre più polarizzata. C’è chi, come Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano, non ha usato mezzi termini: la definizione della sindaca come “androide”, costruita in laboratorio dagli “alchimisti del Pd”, è una caricatura che mescola sarcasmo e delegittimazione personale. Sulla stessa linea, con un registro più moraleggiante, si è collocato Don Paolo Farinella, che ha parlato di “credibilità ferita” mettendo in discussione la coerenza della donna. Un attacco a tutto campo, insomma, che però tradisce una certezza: se la temono tanto, un motivo ci sarà.
E poi c’è il retroscena che brucia, quello sussurrato dall’Espresso secondo cui a Marina Berlusconi piacerebbe Silvia Salis. Che sia vero o meno, il risultato è lo stesso: insinuare il dubbio nell’elettorato di sinistra, accostare una sua figura emergente all’universo berlusconiano. Un’operazione sporca, classica del manuale Cencelli, che rivela come la paura di un “ribaltone” al centro sia concreta.
Il paradosso di una leader senza rete
Osservando la vicenda da una certa distanza, viene da chiedersi cosa abbia fatto realmente Silvia Salis per scatenare tutto questo bailamme. Nei suoi primi mesi da sindaca, l’ex atleta si è mossa su terreni scivolosi ma ben definiti: ha riconosciuto 11 figli concepiti all’estero con PMA, ha aperto un ufficio per i diritti LGBTQIA+ e ha introdotto il salario minimo a 9 euro negli appalti comunali. Ha partecipato alle manifestazioni per la Palestina e, in un’intervista, ha detto senza troppi giri di parole che il fascismo «ha fatto schifo». Nulla di eclatante, se non fosse che la sua comunicazione – diretta, studiata per i social, quasi da content creator – riesce a far sembrare nuove anche le idee più consumate. E questo, forse, è il vero peccato originale ai loro occhi. Perché oggi, nel circo della politica, l’unica cosa che i vecchi leoni non perdonano è uno che non ha bisogno di loro per ruggire.
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