L'ascesa di Silvia Salis, la sindaca di Genova che divide il centrosinistra
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Redazione Interno
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L'ossessione, seppur per ragioni diametralmente opposte, di Giorgia Meloni ed Elly Schlein ha un nome e un cognome: Silvia Salis. La nuova sindaca di Genova, eletta a maggio con un plebiscito del 51,5% al primo turno, compie quarant’anni e si è già imposta come la variabile impazzita dello schieramento progressista. La sua elezione, ottenuta grazie a una coalizione ampia che ha tenuto insieme Pd, M5S, Avs e la civica “Riformiamo Genova” – composta da esponenti di Italia Viva, Azione, +Europa e DemoS – rappresenta un precedente che i riformisti, Matteo Renzi in testa, ambiscono a trasformare in uno schema nazionale.
L'ex atleta e dirigente sportiva, la cui campagna elettorale è stata condotta con uno stile definito “bulldozer”, si è ritrovata in pochi mesi proiettata sullo scenario nazionale come icona di un possibile riequilibrio del centrosinistra. Un'ascesa lampo che deve molto a una comunicazione diretta e a un claim personale che, non a caso, risuona con insistenza nei palazzi del potere romano: «Sono madre, sono cattolica, sono moglie». Una dichiarazione d'intenti che segna una discontinuità netta con certi cliché del passato, come emerso del resto durante i festeggiamenti per il suo compleanno, celebrati senza ipocrisie al Palazzo della Borsa.
Proprio il ruolo di Matteo Renzi nella sua ascesa costituisce il nodo cruciale. Il gesto plateale dell’allora candidata, che lo abbracciò in pubblico durante la presentazione del suo libro “L’influencer” lo scorso marzo, ha alimentato l'idea di un suo forte legame con l’ex premier. Tuttavia, la sindaca sta tentando con decisione di smarcarsi da quell'etichetta, dichiarando di voler partecipare sia alla Leopolda che alle feste dell'Unità, in un chiaro tentativo di preservare la propria autonomia e di non essere ingabbiata in una singola area.




