Il turismo a Cuba si ferma, il governo chiude gli hotel e trasferisce i turisti mentre l'isola affonda nella crisi energetica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella morsa dell'asfissia petrolifera imposta dalla nuova amministrazione statunitense, l'economia cubana riceve quella che molti operatori del settore definiscono una stilettata definitiva al suo tradizionale motore trainante, ovvero l'industria turistica. Il governo dell'Avana vecchia, quello stesso che fino a pochi mesi sognava una ripresa post-pandemia, ha avviato la chiusura di alcuni stabilimenti ricettivi e il conseguente trasferimento dei villeggianti stranieri verso altre strutture, un piano di emergenza che riporta alla mente i cupi anni del Periodo Speciale -1. Mentre fuori dai ristoranti della zona coloniale, quelli che un tempo traboccavano di visitatori, l'odore della spazzatura che brucia lentamente lungo le strade si mescola con la salsa che proviene da qualche vecchio impianto stereo, dentro le sale da pranzo semivuote la domanda che circola sui cellulari via WhatsApp è sempre la stessa: "Siete riusciti a trovare da mangiare?".

Il collasso della rete elettrica e la fuga dei visitatori

Il quadro che emerge dalle comunicazioni ufficiali e dai report internazionali è quello di un sistema paese che arranca sotto il peso di blackout sempre più prolungati e devastanti. Il provvedimento di Trump, quell'ordine esecutivo firmato il 29 gennaio che minaccia dazi pesanti a qualunque nazione osi rifornire l'isola di carburante, ha di fatto strangolato le residue speranze di tenere accese le luci delle strutture alberghiere -3. L'effetto immediato, come confermato dal vice primo ministro Oscar Pérez-Oliva Fraga durante un intervento sulla televisione di stato, è stata la necessità di "compattare" l'offerta ricettiva per ridurre i consumi energetici, concentrando gli ospiti in un numero minore di strutture per ottimizzare l'uso del diesel per i generatori, dato che il normale flusso dalla rete elettrica nazionale è ormai un ricordo sbiadito -1-4.

Le località più colpite da questa operazione di ridimensionamento, che ha dell'incredibile se si pensa che si verifica proprio nel cuore dell'alta stagione invernale, sono i gioielli turistici della costa settentrionale. A Varadero, con la sua celebre spiaggia di sabbia fine che si estende per chilometri, diverse strutture gestite da catene internazionali come la spagnola Meliá, la Iberostar e la canadese Blue Diamond hanno ricevuto l'ordine di sospendere le operazioni e di dirottare la propria clientela altrove -1-4. Camere vuote, personale in cassa integrazione di fatto e villeggianti canadesi o russi, che già rappresentano i mercati principali in drastico calo, costretti a fare le valigie e a spostarsi in centri meno congestionati, ma non per questo più efficienti dal punto di vista dei servizi essenziali.

Un settore in caduta libera tra numeri e testimonianze

I numeri diffusi dalle agenzie di stampa dipingono un declino che non accenna ad arrestarsi e che affonda le radici molto prima dell'ultima stretta di Washington. Il 2025 si è chiuso con un dato drammatico: appena 1,8 milioni di visitatori internazionali, il peggior risultato dal lontano 2002 se si escludono gli anni più bui della pandemia -1-8. Il paragone con il 2018, quando l'isola toccò il suo record storico di 4,7 milioni di turisti grazie alla stagione del disgelo con gli Stati Uniti promosso da Obama, è impietoso e certifica il fallimento delle strategie di rilancio messe in campo dal regime. Il Canada, nonostante tutto primo mercato con 754mila arrivi, ha segnato un calo del 12,4% rispetto all'anno precedente, mentre la Russia, un tempo alleata fedele, è crollata del 29% -4. A questi dati, va aggiunta la pressione psicologica esercitata dalle raccomandazioni di viaggio emanate da governi amici come quelli di Canada, Spagna e Regno Unito, che hanno messo in guardia i propri cittadini dal deterioramento dei servizi di base, con l'Argentina che ha addirittura sconsigliato qualsiasi viaggio nell'isola -8.

Verso l'opzione zero: il ritorno agli anni Novanta

Il governo di Miguel Díaz-Canel, nel tentativo disperato di arginare il tracollo, ha rispolverato il manuale di sopravvivenza di Fidel Castro durante la crisi seguita al crollo dell'Unione Sovietica. Si parla apertamente, nei comunicati ufficiali, di "Opzione Zero", ovvero quello scenario estremo in cui l'isola dovrebbe imparare a funzionare senza una goccia di petrolio -4. Questo significa, tradotto nella vita quotidiana dei cubani e in quella dei pochi turisti rimasti, il ritorno alla trazione animale, l'uso del carbone per cucinare, il razionamento capillare del carburante che viene ormai venduto solo a chi può pagare in dollari e una mobilità ridotta all'osso con il taglio delle corse degli autobus e la settimana lavorativa accorciata -3-4.

In questo scenario apocalittico, l'unica nota parzialmente in controtendenza arriva da alcune zone della capitale. L'analisi delle immagini satellitari condotta da Bloomberg mostra come L'Avana, o almeno il suo centro più politico e militarmente sensibile, trattenga ancora una parvenza di illuminazione notturna, a differenza di città come Santiago di Cuba o Holguín, dove il buio è quasi totale -3-7. Una disparità che si spiega con la priorità data alle istituzioni e con una maggiore capacità di acquisto di pannelli solari e batterie da parte di una ristretta fascia di residenti, ma che non basta certo a rianimare un'economia turistica che necessita di voli, trasporti su gomma, ristoranti aperti e, banalmente, di un minimo di sicurezza energetica per garantire una vacanza decente. Le aragoste, un tempo vanto della cucina locale, restano nei piatti, fredde, mentre l'isola intera trattiene il fiato in attesa di vedere se questo sarà realmente il colpo di grazia.

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