Referendum, l’intervista a Bruti Liberati: «Pm e giudici già separati. La giustizia non migliora»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna per il referendum confermativo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, quello che gli italiani sono chiamati ad affrontare il 22 e 23 marzo, si gioca su un terreno che è insieme tecnico e profondamente politico, e vede schierati su fronti opposti non solo i partiti ma anche pezzi importanti della magistratura. Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore capo di Milano e figura di spicco dell’Associazione nazionale magistrati, ha portato la sua esperienza e le sue ragioni a Pescara, in un incontro pubblico organizzato dal comitato per il No, dove ha cercato di smontare quella che definisce una «truffa terminologica». L’ex pm, che ha attraversato decenni di storia giudiziaria italiana, avverte che il cuore del provvedimento non è affatto la separazione delle carriere – principio, a suo dire, già sostanzialmente esistente – ma una riscrittura profonda degli equilibri tra poteri dello Stato, ottenuta attraverso lo smembramento del Consiglio superiore della magistratura. La riforma, approvata in via definitiva dal Parlamento lo scorso ottobre su iniziativa del governo Meloni, prevede infatti la creazione di due distinti CSM, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, affiancati da un’Alta corte disciplinare i cui componenti verrebbero in parte sorteggiati -3. Un meccanismo, quello del sorteggio, che per Bruti Liberati ridurrebbe l’autogoverno della magistratura a un gioco d’azzardo, svuotandone di fatto l’indipendenza.

La rimonta del No e l’allarme della maggioranza

A dispetto dei primi sondaggi, che subito dopo l’approvazione della legge davano il fronte del Sì stabilmente sopra il 55 per cento, le acque sembrano essersi fatte più torbide. Gli stessi promotori della riforma, in particolare all’interno di Fratelli d’Italia, guardano con crescente preoccupazione all’evoluzione del clima politico. Se a novembre YouTrend certificava un 56 per cento di favorevoli, con il centrodestra compatto al 90 per cento per il Sì e il centrosinistra spaccato -6, rilevazioni più recenti, discusse anche nell’ultima direzione del partito della presidente del Consiglio, mostrerebbero un assottigliamento del margine. La variabile decisiva, raccontano fonti interne, è duplice: da un lato l’affluenza, data la natura del referendum costituzionale che non prevede quorum, e dall’altro la capacità del governo di mantenere la discussione ancorata al merito della riforma, evitando che la consultazione si trasformi in un plebiscito sull’esecutivo. La stessa Giorgia Meloni, in più occasioni, ha tenuto a precisare che il voto di marzo non avrà conseguenze sulla tenuta della legislatura, quasi a voler depotenziare la carica simbolica di una eventuale sconfitta, nel tentativo di togliere ossigeno alla narrazione delle opposizioni che vedono nel referendum un’occasione per mettere in crisi Palazzo Chigi.

La replica del governo e lo scontro sui toni

Il clima, però, resta incandescente, e le scintille tra i vertici delle istituzioni non mancano. L’esecutivo, che pure punta ad aumentare l’affluenza e a vincere la sfida, si trova a dover gestire le tensioni innescate dalle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, ma anche le uscite del ministro della Giustizia Carlo Nordio, finito a sua volta al centro delle polemiche per aver definito il sistema attuale del CSM come para mafioso. Il vicepremier Matteo Salvini è stato costretto a gettare acqua sul fuoco, invitando entrambi a moderare i toni e a concentrare il dibattito sui contenuti della riforma, per evitare che la campagna referendaria scivoli in quella che Meloni stessa ha definito «una lotta nel fango» -5. Una preoccupazione, questa, che emerge nitida dalle parole della presidente del Consiglio, la quale accusa chi è in difficoltà di voler trascinare la discussione su un terreno diverso da quello della giustizia, pur ribadendo che il governo non intende seguire quella strada. Nel frattempo, dentro i palazzi, la macchina si muove: la raccolta delle firme necessarie per la richiesta formale del referendum è stata avviata da entrambi gli schieramenti, con Forza Italia che ha fatto della riforma – cavallo di battaglia storico di Silvio Berlusconi – una bandiera identitaria, pronta a scendere in piazza con i propri militanti e con i testimonial delle cosiddette vittime della mala giustizia -9.

L’architettura della riforma e il nodo dell’indipendenza

Al di là della battaglia politica e dei sondaggi, il testo su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi ha una portata tecnica complessa, che gli stessi giuristi faticano a sintetizzare. Oltre alla separazione delle carriere – che impedirebbe a un magistrato di passare dalle funzioni di pm a quelle di giudice – la riforma introduce lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare composta da quindici membri, in parte laici e in parte togati, estratti a sorte -3. Un cambiamento radicale, che per i sostenitori del No mira a spezzare il legame di appartenenza a un unico della magistratura, garanzia di indipendenza sancita dalla Costituzione del 1948. Durante l’incontro di Pescara, Bruti Liberati ha insistito proprio su questo punto: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di casta, ha spiegato, ma la condizione perché la legge sia uguale per tutti, soprattutto per i più deboli. Una tesi, la sua, che trova riscontro nelle analisi di chi vede nella riforma un rischio di eterogenesi dei fini, ovvero il pericolo che, dietro la promessa di un processo più giusto e imparziale, si celi in realtà un disegno di lungo periodo volto a ricondurre il pubblico ministero sotto l’influenza dell’esecutivo, minando alla radice il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale -8. Un timore, quest’ultimo, che il governo respinge con forza, rivendicando la necessità di restituire fiducia ai cittadini e di porre fine a quella che considera una commistione dannosa tra i ruoli.

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