Carceri italiane, il fallimento del 2025: sovraffollamento record e un piano che perde posti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si chiude un anno, il 2025, che lascia il sistema penitenziario nazionale in una condizione di collasso strutturale e umano, ben lontana dagli obiettivi dichiarati. I dati, che parlano un linguaggio crudo e inoppugnabile, delineano un panorama dove il sovraffollamento, cronico e endemico, ha raggiunto picchi inediti, toccando una media nazionale del 139% che nel Lazio si impenna addirittura al 149%. Ciò significa, per tradurre i numeri in una realtà concreta, che su una capienza effettiva calcolata in 46mila posti, a fine novembre erano ristrette tra le sbarre 63.868 persone, mentre nella regione capitolina i 4.485 posti teorici ospitavano 6.702 detenuti. Una pressione insostenibile, quella che grava sui corridoi e sulle celle, che trova il suo apice simbolico in istituti come quello di Foggia, dove il tasso di affollamento ha sfondato la soglia del 215%, confermando come il Meridione paghi spesso un conto ancor più salato.

Il piano carceri che ha prodotto l'effetto contrario

L'anno, che si era aperto con il lancio di un piano carceri da parte del governo Meloni, promettendo la creazione di centinaia di nuovi posti, si è invece risolto in un clamoroso arretramento. Le premesse, come sottolinea il rapporto di Antigone, prevedevano l'aggiunta di 864 posti letto; la realtà dei fatti, al contrario, ha registrato una perdita netta di 700 posti effettivi. Un dato, quest'ultimo, che non include neppure i circa 250 posti andati distrutti nel recente incendio del carcere di San Vittore, andando ad aggravare ulteriormente un bilancio già fosco. Il risultato, dunque, è un paradosso amaro: mentre il numero delle persone private della libertà cresce, la capacità ricettiva del sistema si contrae, minando alla base qualsiasi velleità di gestione ordinata e, soprattutto, umana.

Il bilancio delle morti e l'abdicazione alla funzione rieducativa

A pagare il prezzo più alto di questa implosione sono, in definitiva, le persone detenute. Il 2025 si chiude con un bollettino di 238 morti tra le mura degli istituti, un numero che include 79 suicidi, come documentato anche dal dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Cifre che, come viene fatto notare, si mantengono stabilmente ai livelli drammatici degli ultimi quattro anni, segnando una continuità di sofferenza che appare ininterrotta. Di fronte a questa emergenza silenziosa, ogni prospettiva di riforma è rimasta lettera morta, nonostante gli appelli provenienti da più parti, incluso quello alla clemenza lanciato da Papa Francesco in occasione del Giubileo dei detenuti. Il carcere, denunciano gli osservatori, è così ridotto a mero "contenitore di corpi", avendo di fatto abdicato a quella funzione di reinserimento sociale che la Carta costituzionale gli assegna.

Una crisi sistemica senza via d'uscita immediata

Il quadro complessivo che emerge è quello di una crisi sistemica, dove la carenza di spazi fisici aggrava le condizioni di vita già precarie, alimentando un circolo vizioso di degrado e disperazione. L'attenzione della politica, concentrata su annunci di piani edilizi che non decollano o che producono l'effetto contrario, sembra incapace di affrontare le radici profonde del problema. Il rischio, ormai palese, è che la detenzione diventi sempre di più una pena aggiuntiva e disumana, svuotata di qualsiasi finalità costruttiva, in spazi dove la promiscuità e la tensione rendono impossibile qualsiasi progetto educativo. Gli ultimi dodici mesi, in questa prospettiva, non hanno rappresentato una svolta ma l'aggravarsi di una tendenza che sembra ormai strutturale.

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