Il rapporto Msf sul Darfur: “Stupro come arma di guerra, Italia in prima linea”
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Redazione Esteri
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La guerra civile in Sudan, iniziata nell’aprile del 2023, sta per compiere il suo terzo anniversario, eppure, nonostante l’enormità dei numeri – milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime – il conflitto continua a ricevere un’attenzione internazionale sproporzionata rispetto alla sua efferatezza. A rompere questo silenzio, o meglio a tentare di squarciare il velo di indifferenza, è l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere (Msf), intitolato “C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur”. Il documento, presentato oggi, restituisce un quadro agghiacciante, in cui la violenza sessuale viene impiegata non come sottoprodotto della guerra, ma come arma strategica, sistematica, finalizzata alla distruzione fisica e psicologica delle comunità. Le testimonianze raccolte, che riguardano 3.396 sopravvissuti – il 97% dei quali sono donne, ragazze e bambine – tra il gennaio 2024 e il novembre 2025, raccontano di sequestri, stupri multipli e torture, spesso perpetrati davanti ai familiari per amplificare il senso di umiliazione e terrore.
Dietro la devastazione visibile dei bombardamenti – quelli che fanno notizia – si consuma una crisi più nascosta ma altrettanto letale. A darne conto è Myriam Laaroussi, ex responsabile Msf per l’emergenza in Darfur, che ha descritto la regione come la “punta dell’iceberg” di un fenomeno destinato a restare sommerso, visto che il Sudan è ormai un “buco nero” per i dati umanitari. La difficoltà di accesso ai territori, la paura della stigmatizzazione e l’insicurezza diffusa impediscono infatti a migliaia di vittime di raggiungere i presidi sanitari. I dati disponibili, spiega Laaroussi, rappresentano solo una frazione della vera portata del massacro. Solo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, nelle strutture di Msf sono stati assistiti 732 sopravvissuti nella sola area di Tawila, nel Darfur settentrionale, un numero che suggerisce come la violenza non si sia affatto attenuata con lo spostarsi delle linee del fronte, ma anzi, si sia radicata nella vita quotidiana.
Le dinamiche emerse dal rapporto delineano una strategia precisa. Nel Darfur settentrionale, in particolare dopo la presa della città di El Fasher da parte delle milizie paramilitari Rapid Support Forces (Rsf) nell’ottobre del 2025, oltre il 90% delle aggressioni è avvenuto lungo le rotte di fuga, quando le famiglie cercavano di mettersi in salvo. In molti casi, gli assalitori agivano in gruppo, e gli stupri – come si legge nelle testimonianze – venivano ripetuti più volte, accompagnati da percosse e, in alcuni episodi, dall’uccisione di parenti davanti agli occhi delle vittime. L’obiettivo dichiarato, secondo quanto riportato da Msf, era quello di colpire in modo specifico le comunità non arabe, in primis quella Zaghawa, Massalit e Fur, riproponendo quello schema di pulizia etnica che già in passato aveva insanguinato la regione.
Anche a centinaia di chilometri di distanza dai combattimenti, però, il pericolo non diminuisce. Nel Darfur meridionale, dove la guerra non raggiunge il fragore delle prime linee, la violenza sessuale è diventata un rischio connaturato alle attività più elementari. Il rapporto documenta che il 34% delle sopravvissute è stato aggredito mentre lavorava nei campi o si spostava verso le terre coltivate, mentre un altro 22% è stato violentato durante la raccolta di legna o acqua, attività di sussistenza che costringono le donne a lasciare i rifugi improvvisati. Una delle donne intervistate ha raccontato come ormai, ogni giorno, ci siano casi di stupro al mercato o lungo i sentieri che portano alle fattorie, tanto che l’unica difesa possibile – una difesa che equivale a una condanna all’inedia – è quella di rimanere rinchiuse in casa. In questo contesto, i dati restituiscono un’immagine drammatica anche dell’infanzia violata: nel Darfur meridionale, un quinto delle persone che hanno chiesto aiuto aveva meno di 18 anni, e tra queste figurano 41 bambini di età inferiore ai cinque anni.
Di fronte a questa mattanza, l’Italia prova a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel richiamo alla responsabilità internazionale. La posizione espressa oggi da Marta Campione, esponente di Fratelli d’Italia, ha sottolineato come il rapporto di Msf rappresenti “un grido di dolore” che la comunità internazionale non può più permettersi di ignorare. Campione ha messo in evidenza la natura “belluina” della ferocia documentata, dove lo stupro diventa strumento per annientare un intero popolo, e ha rimarcato come la brutalità non risparmi nemmeno i più piccoli, con casi documentati di violenza su bambini sotto i cinque anni. Il governo italiano, attraverso queste dichiarazioni, si pone idealmente in prima fila per sollecitare un intervento più incisivo, anche se le difficoltà di accesso e l’instabilità politica della regione rendono complessa qualsiasi azione umanitaria su larga scala.




