L’acqua come arma a Gaza, Msf accusa Israele di “punizione collettiva”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’acqua, elemento primario per la sopravvivenza, si trasforma in un’arma letale nella Striscia di Gaza. A denunciarlo è il nuovo rapporto internazionale di Medici Senza Frontiere (Msf), intitolato “Water as a Weapon: Israel’s Destruction and Deprivation of Water and Sanitation in Gaza”, che accusa le autorità israeliane di aver sistematicamente utilizzato l’accesso alle risorse idriche come strumento di “punizione collettiva” contro la popolazione palestinese. Il dossier, che si basa su testimonianze e dati raccolti sul campo, descrive una strategia che non lascia spazio a interpretazioni: la negazione deliberata dell’acqua, spiega l’organizzazione umanitaria, è parte integrante delle condizioni inumane imposte agli abitanti dell’enclave, dove si assiste quotidianamente alla devastazione delle infrastrutture sanitarie e alla distruzione dei rifugi.

La testimonianza di Hanan e la distruzione delle infrastrutture

Tra le pagine del rapporto emerge il racconto agghiacciante di Hanan, una donna palestinese di Gaza City, la quale ricorda ancora il luglio del 2025 come il mese in cui suo nipote di appena dieci anni è stato ucciso mentre faceva una cosa semplice come mettersi in fila per ricevere acqua potabile a Nuseirat. “Andare a prendere l’acqua non dovrebbe essere pericoloso”, si legge nel documento, una frase che racchiude l’assurdità di un contesto dove l’approvvigionamento idrico è diventato un atto a rischio della vita. I dati forniti da Msf sono altrettanto drammatici: secondo le rilevazioni, quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie – inclusi impianti di dissalazione, pozzi, condutture e sistemi fognari – è stato distrutto o reso inagibile. Una devastazione che, unita alle restrizioni all’ingresso di carburante e pezzi di ricambio, ha di fatto paralizzato la capacità di produrre acqua pulita per i circa due milioni di residenti.

La guerra parallela nel Golfo: lo spettro dell’emergenza idrica

Mentre a Gaza l’acqua viene usata come arma contro i civili, un’altra crisi idrica, seppur per cause diverse, minaccia la stabilità dell’intera regione del Golfo Persico. L’Iran, già alle prese con una cronica scarsità di risorse idriche aggravata da cambiamenti climatici e cattiva gestione, vede la situazione precipitare a causa del conflitto in corso con gli Stati Uniti. Le ostilità, spiega un’analisi recente, stanno mettendo a repentaglio non solo le dighe e i bacini iraniani, ma soprattutto gli impianti di dissalazione da cui dipendono milioni di persone negli stati del Golfo. Un attacco a queste strutture, anche solo come danno collaterale, rappresenterebbe una catastrofe umanitaria immediata per nazioni come Qatar, Kuwait e Bahrain, le quali ottengono la quasi totalità della propria acqua potabile proprio tramite la dissalazione.

La paralisi degli aiuti e il rischio sanitario a Gaza

Tornando al contesto di Gaza, Medici Senza Frontiere ha evidenziato come la sua azione umanitaria venga sistematicamente ostacolata. L’organizzazione, che dopo le autorità locali è il principale distributore di acqua potabile nella Striscia, ha visto respingere o ignorare un terzo delle proprie richieste per far entrare forniture essenziali come cloro, pompe e unità di dissalazione. Gli ordini militari di evacuazione, inoltre, hanno spesso bloccato l’accesso dei team Msf alle aree dove precedentemente veniva erogato il soccorso a centinaia di migliaia di persone. Le conseguenze di questa privazione sono già visibili nei dati sanitari: tra maggio e agosto 2025, quasi un quarto dei pazienti ha riportato malattie gastrointestinali, mentre le infezioni della pelle hanno rappresentato una fetta significativa delle consulenze mediche generali del 2025. Una “tempesta perfetta” per la diffusione di epidemie, alimentata dal sovraffollamento e dal collasso del sistema sanitario, dove anche il semplice gesto di bere diventa ogni giorno una scommessa con la morte.

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