Iran, Trump ordina la proroga del blocco di Hormuz. Msf: “Israele usa l’acqua come arma”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Secondo quanto rivelato da funzionari statunitensi al Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe impartito disposizioni precise ai suoi collaboratori perché si preparino a un blocco navale prolungato dei porti iraniani. Nel corso di una serie di riunioni tenutesi alla Situation Room, dove lunedì si è discusso a lungo dello stallo nello Stretto di Hormuz, il presidente avrebbe infine optato per questa via mediana, ritenendo che continuare a comprimere l’economia iraniana – bloccando le rotte marittime e soffocando le esportazioni di petrolio – sia meno rischioso rispetto alle alternative sul tavolo, vale a dire riprendere i bombardamenti su larga scala o ritirarsi definitivamente dal conflitto.

La decisione, che di fatto trasforma il blocco in uno strumento strategico di lunga durata, arriva dopo che Teheran ha visto respinta la propria proposta per la riapertura del canale: una richiesta, quest’ultima, che i vertici della Repubblica islamica avevano legato alla possibilità di discutere finalmente del controverso programma nucleare e delle scorte di uranio arricchito al 60%. Al momento, la Casa Bianca sembra aver archiviato l’ipotesi di un negoziato veloce; lo stesso Trump, intervenuto durante la cena di Stato offerta in onore di re Carlo III, ha ribadito con toni perentori che gli Stati Uniti hanno “sconfitto militarmente” l’avversario, aggiungendo – in un’apparente forzatura retorica – che il monarca condivida la linea dura sulla non proliferazione.

Sul fronte strettamente economico, la stretta prolungata produce effetti contraddittori e immediati. Il Brent, indicatore di riferimento per le quotazioni petrolifere, ha sfiorato quota 120 dollari al barile per poi attestarsi oltre i 114 dollari, complicando le politiche energetiche di un’Europa già provata dalle crisi passate. Tuttavia, come sottolineano fonti vicine al Tesoro statunitense citate nella rassegna stampa, la mossa mira a far leva sulle vulnerabilità interne del nemico: con l’isola di Kharg – principale terminale petrolifero iraniano – ormai prossima alla saturazione, Teheran rischia di dover ridurre la produzione, subendo perdite stimate intorno ai 170 milioni di dollari al giorno senza la possibilità di smaltire le scorte. A ciò si aggiungono le difficoltà logistiche documentate dal Wall Street Journal, secondo cui il regime starebbe riattivando serbatoi abbandonati e utilizzando container improvvisati, cercando persino di deviare il greggio su rotaia verso la Cina per evitare il collasso infrastrutturale.

La resistenza, da parte della Repubblica islamica, non accenna a cedere: il portavoce dell’esercito locale, Mohammad Akraminia, ha chiarito in un video ripreso da Al Jazeera che “non consideriamo la guerra finita” nonostante il cessate il fuoco in essere, alimentando le tensioni con l’annuncio di un costante rifornimento delle scorte belliche e dell’aggiornamento delle liste di obiettivi. In questa fase di stallo, mentre Trump aspetta che la morsa faccia effetto (postando su Truth Social che l’Iran è in “stato di collasso”), Teheran lavora a una nuova proposta di compromesso. I mediatori restano in attesa, anche se l’ipotesi di un’azione militare limitata – magari tramite raid brevi e mirati – non è stata del tutto accantonata da Washington, ove si teme che un conflitto “congelato” possa logorare le capacità operative statunitensi per mesi.

Se il quadrante iraniano appare dominato dalla logica del blocco marittimo, altro fronte caldo emerge dai Territori, dove un nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere (Msf) intitolato *Water as a Weapon* ha sollevato accuse pesantissime contro Israele. L’organizzazione denuncia che le autorità israeliane hanno deliberatamente utilizzato l’accesso all’acqua come strumento di punizione collettiva contro i palestinesi; nella pubblicazione, si legge che “la privazione deliberata dell’inflitta ai palestinesi fa parte integrante del genocidio” in corso a Gaza. Msf ha documentato come l’esercito abbia sparato contro autocisterne chiaramente segnalate e distrutto pozzi vitali per decine di migliaia di civili, mentre i blocchi all’ingresso di materiale essenziale – dalle pompe al cloro – hanno ridotto la disponibilità idrica ben al di sotto dei minimi di sopravvivenza.

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