Teheran lavora a una nuova proposta, Trump: “Sono al collasso”. Msf: “Israele usa l’acqua come arma a Gaza”
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Redazione Esteri
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La febbre diplomatica che attanaglia il Golfo Persico non accenna a diminuire, nonostante le pressioni esercitate dal blocco navale statunitense, il quale, come noto, ha di fatto strangolato l’economia iraniana, impedendo alla Repubblica Islamica di smaltire le proprie riserve petrolifere. In questo scenario, che molti analisti definiscono ormai come una stasi armata, Teheran ha deciso di rilanciare, affidando ai mediatori pachistani una nuova bozza di intesa -1; una proposta, quest’ultima, che cerca di scindere due dossier al momento considerati inavvicinabili: da un lato la riapertura dello Stretto di Hormuz (un passaggio cruciale per le rotte energetiche globali) e dall’altro il futuro del programma nucleare. I funzionari iraniani, consapevoli della loro posizione di debolezza sul terreno, hanno provato a impostare la trattativa invertendo l’ordine delle priorità; in cambio della revoca del blocco e della fine delle ostilità, promettono di discutere dell’arricchimento dell’uranio solo in una fase successiva, una tempistica che però la Casa Bianca non sembra disposta a concedere.
Un “collasso” annunciato e lo scetticismo di Washington
Donald Trump, che ormai siede alla Casa Bianca da più di un anno, ha liquidato con una certa sufficienza le avances provenienti da Teheran, descrivendo lo stato di salute del regime come un “collasso” totale. Il presidente americano, riferendosi con ogni probabilità alle immense difficoltà logistiche che impediscono all’Iran di stoccare il greggio invenduto a causa delle sanzioni navali, ha di fatto bocciato la strategia dilatoria iraniana, ritenendola un semplice tentativo di guadagnare tempo. I consiglieri per la sicurezza nazionale, riunitisi per discutere lo stallo, guardano con profondo scetticismo alla reale volontà di Teheran di abbandonare le sue ambizioni atomiche; una diffidenza, questa, alimentata anche dall’atteggiamento tenuto contemporaneamente dall’Iran all’Onu, dove la nomina di un rappresentante della Repubblica Islamica a una vicepresidenza della conferenza sul Trattato di non proliferazione nucleare ha scatenato un duro scontro verbale con la delegazione statunitense. I diplomatici di Washington contestano quella scelta definendola una vergogna per il trattato stesso, mentre l’Iran, da parte sua, respinge le accuse ribadendo il proprio diritto a un programma nucleare civile; una tensione che rischia di far naufragare definitivamente ogni tentativo di dialogo prima ancora che questo sia realmente iniziato.
L’acqua come arma, l’accusa di Msf a Israele
Mentre la comunità internazionale concentra la propria attenzione sulle rotte petrolifere e sui vettori nucleari, un’altra crisi, altrettanto grave ma strutturalmente diversa, continua a consumarsi nella Striscia di Gaza, dove l’ong Medici Senza Frontiere (Msf) ha pubblicato un rapporto dal titolo inequivocabile: “L’acqua come arma”. Secondo quanto documentato dall’organizzazione, le autorità israeliane avrebbero utilizzato l’accesso alle risorse idriche come strumento di pressione sistematica contro la popolazione palestinese, distruggendo deliberatamente le infrastrutture di approvvigionamento e impedendo l’ingresso di materiali necessari alla riparazione dei pozzi e dei dissalatori. Il rapporto descrive un quadro desolante, dove la privazione dell’acqua non appare più come un danno collaterale del conflitto, ma piuttosto come una componente integrante della campagna militare; i medici presenti sul campo, che hanno raccolto testimonianze dirette tra il 2024 e il 2025, parlano di una vera e propria punizione collettiva, sottolineando come la distruzione delle condotte e degli impianti igienici abbia creato un ambiente ideale per la propagazione di epidemie, aggravando ulteriormente la già critica situazione umanitaria.
L’asse con Mosca e le implicazioni energetiche
Sullo sfondo di queste tensioni, la diplomazia iraniana cerca di trovare un sostegno stabile nelle capitali tradizionalmente ostili all’Occidente. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, incontrando Vladimir Putin a San Pietroburgo, ha cercato di rinsaldare l’asse strategico con la Russia, la quale, pur non potendo sostituirsi economicamente agli Stati Uniti, offre un importante parafulmine politico alle sanzioni internazionali. I russi, da parte loro, si dicono pronti a fare il possibile per favorire la pace, anche se il ruolo di Mosca appare al momento più simbolico che operativo. Parallelamente, la crisi sta ridisegnando gli equilibri del mercato energetico: gli Emirati Arabi Uniti, come noto, hanno ufficializzato l’uscita dall’Opec e dall’Opec+, una scelta che riflette le profonde fratture interne al cartello dei produttori di petrolio, divisi tra chi vuole aumentare la produzione per calmierare i prezzi (schizzati oltre i 110 dollari al barile) e chi, invece, intende sfruttare l’emergenza bellica per massimizzare i profitti. Alcune petroliere, eludendo i blocchi militari, riescono comunque a passare lo Stretto di Hormuz, dimostrando che, nonostante la rigidità delle posizioni ufficiali, la legge della domanda e dell’offerta trova sempre un suo varco.




