Sudan, il rapporto di Msf che denuncia l’uso sistematico dello stupro come arma di guerra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Sono numeri che non raccontano una crisi, bensì una strategia: tra gennaio 2024 e novembre 2025, almeno 3.396 persone si sono rivolte alle strutture supportate da Medici senza Frontiere nel Darfur, nel Sudan, per ricevere assistenza dopo aver subito violenza sessuale. Di queste, il 97% sono donne, ragazze, bambine. La fotografia scattata dall’ong, presentata in una conferenza stampa internazionale tenutasi a Nairobi, restituisce un quadro di ferocia belluina dove lo stupro – utilizzato sistematicamente come arma di guerra da alcune milizie sudanesi – diventa il mezzo per annientare un intero popolo, colpendo non solo nei teatri di combattimento, ma anche lungo le rotte di fuga e persino all’interno delle comunità già in ginocchio per la sopravvivenza.
Una guerra combattuta sul delle donne e delle bambine
La violenza sessuale, spiega Myriam Laroussi, ex coordinatrice delle attività di emergenza di Msf in Darfur, è diventata una componente pervasiva e distintiva del conflitto che oppone le Forze armate sudanesi (Saf) alle Forze di supporto rapido (Rsf). Non si tratta di episodi isolati o di “effetti collaterali” della guerra, ma di una pratica deliberata finalizzata al controllo della popolazione civile, in violazione del diritto internazionale umanitario. Le testimonianze raccolte descrivono aggressioni che avvengono in gruppo – nel Darfur meridionale, quasi il 60% dei casi ha visto il coinvolgimento di più aggressori – e spesso alla presenza dei familiari delle vittime, un ulteriore livello di umiliazione e terrore. Particolarmente agghiacciante, come sottolineato dalla senatrice Susanna Donatella Campione (Fratelli d’Italia) commentando il rapporto, è la consapevolezza che la violenza non risparmia i più piccoli: nel Darfur meridionale, un sopravvissuto su cinque aveva meno di 18 anni, con 41 bambini sotto i cinque anni vittime di violenze documentate.
La geografia del terrore: oltre le linee del fronte
Ciò che emerge con chiarezza dal report di Msf, intitolato “C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur”, è che non esistono più zone sicure per le donne e le ragazze. La violenza sessuale, infatti, non si consuma solo laddove i combattimenti sono più accesi, ma si annida nella vita quotidiana: lungo le strade percorse per fuggire, nei campi coltivati per procacciare il cibo, nei mercati e persino all’interno degli stessi campi profughi. A El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, dopo la conquista della città da parte delle Rsf il 26 ottobre 2025, Msf ha curato nel solo mese di novembre più di 140 sopravvissute in fuga verso Tawila; il 94% di loro ha dichiarato di essere stata aggredita da uomini armati, spesso durante il viaggio. A centinaia di chilometri dai fronti, nel Darfur meridionale, la dinamica cambia solo nell’apparenza: il 34% delle persone assistite ha subito violenza mentre lavorava nei campi o si recava nei terreni agricoli, mentre un ulteriore 22% è stato aggredito mentre raccoglieva legna o acqua. “Ogni giorno, quando la gente va al mercato, ci sono quattro o cinque stupri”, denuncia una donna di 40 anni citata nel rapporto.
Un fenomeno sommerso e l’appello alla comunità internazionale
Nonostante i numeri già allarmanti – solo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Msf ha identificato altre 732 sopravvissute nei campi profughi intorno a Tawila – gli operatori umanitari avvertono che si tratta soltanto della “punta dell’iceberg”. Myriam Laroussi ha spiegato che molte vittime non riescono nemmeno a raggiungere le strutture di assistenza a causa dell’insicurezza diffusa, della mancanza di mezzi di trasporto o dello stigma che circonda la violenza sessuale. Le ostetriche di Msf hanno osservato che la maggior parte delle donne arriva dopo le fatidiche 72 ore successive all’aggressione, il periodo considerato “d’oro” per la profilassi post-esposizione e la prevenzione di gravidanze indesiderate. In questo contesto, l’ong ha lanciato un appello affinché le Nazioni Unite, i donatori e gli attori umanitari potenzino con urgenza i servizi sanitari e di protezione, insistendo sulla necessità di un meccanismo che ponga fine a questi abusi. Anche la senatrice Campione, nel suo intervento, ha ribadito la necessità che l’Italia si ponga in prima fila per contrastare questa deriva, configurando giuridicamente lo stupro di guerra come reato autonomo per offrire uno strumento di giustizia a chi subisce queste atrocità.
L’identità degli aggressori e la discriminante etnica
Le evidenze raccolte da Medici senza Frontiere puntano il dito contro i soldati delle Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie a loro alleate, indicati come i principali responsabili di queste violenze diffuse e sistematiche. Nel Darfur settentrionale, oltre il 95% delle sopravvissute ha identificato gli autori delle violenze come uomini armati. Non si tratta di violenze casuali: i testimoni riferiscono che le aggressioni mirano deliberatamente alle comunità non arabe – come Zaghawa, Massalit e Fur – configurandosi come uno strumento di umiliazione, pulizia etnica e terrore che riecheggia le atrocità già viste in passato nella regione. La strategia, descritta nei dettagli nel rapporto presentato il 31 marzo, rivela come il delle donne sia stato trasformato in un vero e proprio teatro di guerra, un campo di battaglia dove si gioca l’annientamento di un popolo. Di fronte a questa evidenza, che accompagna il conflitto sudanese ormai prossimo al suo quarto anno, le organizzazioni umanitarie chiedono un intervento deciso per garantire protezione, assistenza e, soprattutto, giustizia per le migliaia di vittime che vivono nell’incubo quotidiano di una violenza divenuta parte della loro esistenza.




