Volkswagen taglia 100 mila posti, l’industria tedesca trema: ecco il piano choc

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La notizia, rimbalzata dalle pagine di Manager Magazin, ha scosso la Germania e l’intera industria automobilistica europea: Volkswagen starebbe preparando il più radicale piano di ristrutturazione della sua storia, con l’obiettivo di eliminare fino a 100.000 posti di lavoro entro il 2030 e chiudere quattro stabilimenti in Germania, per un risparmio complessivo di 11 miliardi di euro. Un piano che, se confermato, segnerebbe un punto di non ritorno per un gruppo che, con i suoi 657.000 dipendenti nel mondo, rappresenta da sempre il simbolo del modello economico tedesco e che ora si trova a dover fare i conti con una crisi competitiva senza precedenti.

I numeri del piano Zielbild 2030

L’indiscrezione, destinata a essere discussa dal Consiglio di sorveglianza il prossimo 9 luglio, prevede il raddoppio dei tagli già annunciati a marzo, quando si parlava di 50.000 esuberi. Nel mirino finirebbero quattro siti produttivi: lo stabilimento Audi di Neckarsulm e gli impianti Volkswagen di Hannover, Zwickau ed Emden.

A questi si aggiungerebbe una profonda revisione della struttura del gruppo, con l’ipotesi di uno scorporo del marchio Volkswagen e della divisione componentistica in società indipendenti, una mossa che aprirebbe la strada a future quotazioni separate e che, secondo alcuni osservatori, potrebbe servire a sottrarre il cuore del gruppo al controllo della Legge Volkswagen.

Il peso della Cina e la crisi di un modello

A spingere il colosso di Wolfsburg verso decisioni così drastiche è un intreccio di fattori che va ben oltre un temporaneo rallentamento della domanda. La vera minaccia, come sottolineato da più parti, arriva dalla Cina, che da mercato di sbocco si è trasformata in un temibile concorrente.

I costruttori locali, come Byd, hanno compiuto un salto tecnologico impressionante nell’elettrico e nel software, erodendo la fetta di mercato dei produttori tedeschi in patria e scagliandosi contro di loro anche in Europa con vetture più economiche e ricche di tecnologia. Nel primo trimestre del 2026, l’utile netto del gruppo è già crollato del 28%, con vendite in calo del 20% proprio in Cina, un mercato che per anni aveva garantito i margini più alti.

La reazione dei sindacati e il peso politico

Di fronte a una prospettiva che metterebbe in ginocchio intere regioni, la reazione dei sindacati è stata immediata e durissima. Il consiglio di fabbrica e il potente sindacato IG Metall hanno già promesso battaglia, dichiarando in una nota congiunta di opporsi con tutte le loro forze a piani che destabilizzano i lavoratori e i territori.

La partita, però, si gioca su un tavolo molto complesso, dove il peso politico della Bassa Sassonia, che detiene una quota di voto del 20% nel consiglio di sorveglianza, potrebbe rivelarsi decisivo per stoppare l’operazione. La crisi di Volkswagen, insomma, non è solo un affare per azionisti e manager, ma una questione politica e sociale che tocca il cuore stesso del sistema industriale tedesco.

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