Delmastro, le chat e la doppia morale delle immunità in Parlamento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà una giornata ricca più di contraddizioni che non di scontro politico quella che il prossimo 30 luglio vedrà l’aula di Montecitorio riunita per decidere se la procura di Roma abbia o meno il diritto di acquisire le chat tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e il suo ex socio, il ristoratore Mauro Caroccia.

La giunta per le autorizzazioni ha già detto di no, invocando il principio voluto dai padri costituenti e codificato nell’articolo 68 della Costituzione, ma la partita è tutt’altro che chiusa, perché il provvedimento deve ora superare lo scoglio dell’assemblea plenaria, dove i giochi potrebbero davvero cambiare, anche se la matematica dei numeri parlamentari sembra suggerire un copione già scritto.

La richiesta della procura e il no della giunta

La vicenda, che affonda le radici nell’inchiesta sulla cosiddetta "Bisteccheria d’Italia", ha già conosciuto un primo, decisivo atto lo scorso 22 luglio, quando la Giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio, con i voti della maggioranza di centrodestra, ha respinto l’istanza avanzata dai magistrati capitolini. Questi ultimi avevano chiesto di poter mettere le mani sui messaggi scambiati tra Delmastro e Caroccia, quest’ultimo considerato dagli inquirenti un prestanome del clan Senese e già condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni.

La decisione della Giunta, che ha fatto propria la relazione del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, si è basata su una presunta genericità della richiesta e sulla mancanza di una delimitazione temporale precisa, ma per le opposizioni si è trattato solo di un pretesto.

Il Movimento 5 Stelle, con le sue rappresentanti Enrica Alifano, Carla Giuliano e Daniela Torto, ha parlato senza mezzi termini di un organismo ormai trasformato in "scudificio" per i politici del centrodestra, un luogo dove la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere, nascondendosi dietro argomentazioni di facciata.

La controffensiva della difesa e il muro dei pm

A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere la vicenda ancora più paradossale, ci ha pensato l’avvocato Fabrizio Gallo, difensore di Mauro e Miriam Caroccia, che il 24 luglio ha depositato spontaneamente presso la procura di Roma una memoria contenente tutte le chat oggetto del contendere.

Un’azione clamorosa, con la quale il legale ha di fatto tentato di aggirare l’ostacolo parlamentare, sostenendo che le conversazioni avrebbero un valore decisivo per dimostrare l’estraneità dei suoi assistiti dai reati contestati, chiarendo finalmente chi fosse il vero proprietario del ristorante e che l’immunità parlamentare non può trasformarsi in un privilegio personale che finisce per danneggiare un cittadino sotto inchiesta.

La mossa, tuttavia, si è scontrata con la linea rigorista della procura, che ha fatto sapere di non voler prendere in considerazione il materiale, almeno per il momento, finché non arriverà il via libera dalla Camera. Una posizione, quella dei pm, che ribadisce la necessità di rispettare i passaggi istituzionali e che rimanda la palla nel campo della politica, proprio nel giorno in cui l’aula è chiamata a esprimersi in via definitiva.

Il voto in aula e la tensione politica

Proprio per questo il voto del 30 luglio assume un peso specifico che va oltre il singolo caso giudiziario, perché finisce per mettere a nudo le contraddizioni di un sistema in cui il diritto alla difesa e le prerogative delle Camere rischiano di entrare in rotta di collisione. A rappresentare le ragioni delle opposizioni in aula, come relatori di minoranza, saranno Federico Gianassi per il Partito Democratico e Carla Giuliano per il Movimento 5 Stelle, entrambi pronti a sottolineare come il diniego della Giunta rischi di creare un pericoloso precedente.

Il clima, del resto, è già surriscaldato e la tensione si è già materializzata in gesti eclatanti come l’occupazione dei banchi del governo al Senato da parte dei pentastellati, che hanno esposto cartelli con la scritta "Fuori le chat" e hanno costretto la presidente di turno, Mariolina Castellone, a sospendere la seduta. Un momento di forte scontro, durante il quale il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia ha strappato il cartellone dalle mani del capogruppo M5S Luca Pirondini, alimentando un acceso confronto verbale tra i due schieramenti.

Una sfida che interroga il ruolo delle istituzioni

La decisione che verrà presa a Montecitorio, al di là dell’esito che appare scontato in virtù dei numeri della maggioranza, rappresenta un banco di prova fondamentale per il rapporto tra politica e giustizia.

Da un lato, chi sostiene il no della Giunta invoca il rispetto delle garanzie costituzionali e la tutela della riservatezza di un parlamentare che non è nemmeno indagato nel procedimento; dall’altro, le opposizioni accusano la maggioranza di usare il Parlamento come uno scudo per proteggere i propri esponenti, tradendo lo spirito della legge e ostacolando il lavoro di chi cerca di fare luce su presunti legami con la criminalità organizzata.

In mezzo, c’è il diritto alla difesa di un cittadino come Caroccia, che il suo stesso legale sostiene venga pregiudicato da una interpretazione rigida e forse troppo politica delle prerogative parlamentari.

Non è da escludere, in caso di ulteriore diniego, che la procura di Roma valuti la strada del conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, un’eventualità che trasformerebbe questo caso in un terreno di scontro epocale sui confini dell’immunità, mettendo la parola fine su una vicenda che ha già messo a nudo tutte le contraddizioni di una democrazia matura alle prese con le sue stesse regole.

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