Landini, la solitudine di uno sciopero e i contratti che non si firmano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la macchina dello sciopero generale, indetto per il 12 dicembre contro la manovra economica, viene avviata con il consueto fragore, Maurizio Landini consolida una scelta che va ben al di là della semplice protesta sindacale. La Cgil, infatti, ha deciso di percorrere questa strada in solitaria, una scelta che segna una frattura netta con il resto del sindacalismo confederale, il quale, rappresentato da Cisl e Uil, ha preferito non aderire all’iniziativa. Questo isolamento, del resto, non costituisce un episodio isolato ma si inserisce in una strategia di conflitto permanente con l’esecutivo, considerato alla stregua di un avversario politico da combattere più che di un interlocutore istituzionale con cui confrontarsi. Una linea, questa, che finisce per privilegiare la dimensione ideologica su quella prettamente rivendicativa, lasciando sullo sfondo, quasi come un dettaglio, le concrete esigenze dei lavoratori.

Il caso emblematico del contratto scuola

La coerenza di questa posizione, che alcuni definirebbero intransigente, trova una sua lampante conferma nel settore dell’istruzione, dove la Flc Cgil, il sindacato di categoria della confederazione, si è distinto per non aver sottoscritto il nuovo contratto di lavoro. Una decisione che la pone in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle altre organizzazioni, le quali, come Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda e Anief, hanno invece apposto la propria firma. Questo rifiuto, che appare in stridente contrasto con la vocazione tradizionale del sindacato a concludere accordi in sede di contrattazione, solleva non pochi interrogativi sulle reali priorità d’azione, le quali sembrano orientarsi più verso lo scontro politico che non verso la tutela immediata dei diritti dei lavoratori della scuola.

Le critiche tecniche alla manovra fiscale

Le ragioni della protesta, d’altronde, si fondano su una critica precisa alla legge di bilancio, la quale, secondo Landini, avvantaggerebbe in modo sproporzionato le fasce di reddito più elevate. Una tesi, questa, che non rimane confinata nell’ambito della polemica politica ma che trova un riscontro in alcune valutazioni tecniche di rilievo. Bankitalia, la Corte dei Conti e l’Istat, infatti, hanno espresso perplessità sull’impianto della manovra, sottolineando come gli sgravi fiscali, concentrandosi in particolare sui redditi compresi tra i ventottomila e i cinquantamila euro, possano effettivamente accentuare le disuguaglianze. Si tratta di obiezioni che, sebbene non direttamente legate alla scelta dello sciopero, forniscono un contesto economico al dissenso, sebbene quest’ultimo rimanga prevalentemente di natura ideologica.

Uno scenario sindacale sempre più frammentato

La scelta di procedere da soli, in definitiva, delinea uno scenario sindacale profondamente mutato, dove la Cgil di Landini sembra voler marcare una distanza incolmabile non solo dal governo ma anche dalle altre organizzazioni che storicamente ne hanno condiviso il percorso. L’associazionismo confederale, che per decenni ha rappresentato un fronte unitario nelle grandi battaglie per il lavoro, mostra oggi una crepa profonda, destinata ad avere ripercussioni sulla sua capacità complessiva di rappresentanza. Il rischio concreto, come dimostra la vicenda del contratto scuola, è che questa deriva conflittuale finisca per penalizzare proprio quei lavoratori che il sindacato si prefigge di difendere, i quali si troveranno con un accordo non firmato e con una protesta che, per quanto rumorosa, rischia di restare un monologo.

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