La crisi Volkswagen si abbatte sulla filiera: dallo stabilimento SFS in Svizzera all'industria bresciana, l'effetto a cascata del maxi-ridimensionamento tedesco
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Redazione Economia
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Il colosso automobilistico Volkswagen sta attraversando una fase di ristrutturazione senza precedenti che, come dimostrano gli ultimi sviluppi, non si limita a scuotere la Germania ma sta generando un effetto domino lungo l'intera filiera europea. Le ripercussioni dell'annuncio di un possibile taglio fino a 100.000 o addirittura 140.000 posti di lavoro, insieme alla paventata chiusura di stabilimenti produttivi in patria, si fanno sentire fin dalla Svizzera, dove il gruppo industriale SFS ha deciso di chiudere il suo stabilimento di Flawil con la soppressione di 110 impieghi.
Un segnale inequivocabile del fatto che la crisi dei costruttori tedeschi è ormai un problema sistemico per tutto il comparto europeo, con conseguenze drammatiche per quei fornitori di componenti di precisione che, come SFS, hanno costruito la loro ragione d'essere sulla domanda di vetture tedesche.
L'ombra del maxi-taglio occupazionale e la rivolta dei sindacati
Il cuore della crisi risiede nella necessità per Volkswagen di ridurre drasticamente la propria capacità produttiva, un'operazione che sta assumendo contorni di una portata storica per l'industria europea. Secondo le ultime indiscrezioni, oltre a un piano di riduzione di 50.000 posti già avviato, il CEO Oliver Blume starebbe valutando ulteriori tagli per altri 50.000 impieghi, portando il numero complessivo a cifre che farebbero tremare qualsiasi economia.
A essere minacciati di chiusura sono quattro stabilimenti tedeschi: Zwickau, Emden, Hannover e lo stabilimento Audi di Neckarsulm, con un totale di circa 40.000 dipendenti potenzialmente coinvolti. I sindacati, in particolare l'IG Metall, hanno immediatamente alzato un muro di opposizione a quello che definiscono un piano di "svendita" del patrimonio industriale tedesco, minacciando di bloccare qualsiasi accordo e promettendo una battaglia senza esclusione di colpi per difendere i posti di lavoro e la produzione in Germania.
Quando la crisi di Wolfsburg attraversa le Alpi: il caso della Svizzera
La scelta del gruppo SFS di chiudere lo stabilimento di Flawil entro la fine del 2027 è forse l'esempio più lampante di come il ridimensionamento di Volkswagen stia già avendo conseguenze tangibili fuori dai confini tedeschi. Lo stabilimento sangallese produceva componenti di precisione destinati alle vetture del gruppo tedesco e, di fronte al crollo della domanda in Cina e all'eccesso di capacità in Europa, la produzione è crollata rendendo insostenibile la prosecuzione dell'attività.
L'annuncio ha colto di sorpresa il personale, segnando una battuta d'arresto significativa per un settore che in Svizzera contava, nel 2023, circa 32.000 dipendenti.
L'allarme da Brescia: "A rischio tutto il sistema manifatturiero"
L'onda d'urto della crisi Volkswagen si propaga inesorabilmente fino all'Italia, toccando con particolare violenza il distretto dell'automotive bresciano. La provincia lombarda rappresenta uno dei cuori della componentistica nazionale, con circa 250 imprese, 18.000 addetti e un fatturato stimato tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. La Germania è infatti uno dei principali mercati di riferimento per l'export provinciale e il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, ha lanciato un allarme senza mezzi termini: non si tratta solo dei possibili 100.
000 licenziamenti diretti, ma di un rischio che mette in pericolo l'intero sistema manifatturiero italiano. Streparava ha sottolineato che ogni addetto nella manifattura genera lavoro per altri 2,5 addetti nei servizi e che la crisi è il risultato di una pressione combinata: da una parte l'ingresso aggressivo dei produttori cinesi, dall'altra un contesto normativo europeo che non protegge a sufficienza l'industria locale.
La richiesta è quella di una "retromarcia velocissima" da parte dell'Europa per evitare che la crisi di un singolo colosso, per quanto grande, travolga un intero ecosistema produttivo.
Il nodo cinese e la strategia incerta sull'elettrico
Alla base delle difficoltà di Volkswagen vi è una combinazione letale di fattori strutturali e congiunturali. Il crollo della domanda nel mercato cinese, storicamente fondamentale per il gruppo, è un elemento chiave: nel 2025 le vendite nella regione sono calate dell'8,4%. Per rispondere alla concorrenza sempre più agguerrita dei produttori locali di veicoli elettrici come BYD, il gruppo ha intrapreso una strategia di localizzazione estrema, sviluppando modelli "in Cina, per la Cina" in joint venture con partner locali.
A ciò si aggiunge un eccesso di capacità produttiva in Europa e una strategia sull'elettrico che non ha ancora prodotto i risultati sperati, con costi che in Germania sarebbero superiori di circa il 20% rispetto a quelli dei principali concorrenti. Il CEO Oliver Blume ha incontrato i lavoratori per illustrare il piano, ma il confronto con la potente ala sindacale del consiglio di sorveglianza si preannuncia durissimo, in un gioco di equilibri che deciderà il futuro di uno dei pilastri dell'industria manifatturiera mondiale.




