Leone XIV in Africa: «Non cerco un dibattito con Trump, qui per i poveri e la fratellanza»
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Redazione Esteri
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Il volo papale diretto in Angola è stato il palcoscenico, ancor prima dell’atterraggio, di una precisazione tanto netta quanto misurata. Papa Leone, che ha scelto di non rispondere alle sollecitazioni di chi legge un’implicita polemica nelle sue parole, ha voluto chiarire un punto essenziale: i discorsi che sta pronunciando in questa lunga traversata africana – e che lo vedranno tra poche ore a Malabo, in Guinea Equatoriale – sono stati preparati con largo anticipo, talmente ampio da escludere qualsiasi aggancio all’attualità politica statunitense. «Non va interpretato», ha spiegato il pontefice riferendosi al proprio magistero, «come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente Usa, cosa che non è affatto nel mio interesse». Una frase, questa, che cade a più di un anno dalla rielezione di Trump alla Casa Bianca, e che dunque non ha nulla della reazione a caldo, bensì il sapore di una riaffermazione identitaria.
La missione, per dirla con le sue stesse parole, è «principalmente come pastore e capo della Chiesa cattolica, venuto in Africa per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare i cattolici africani». E nel farlo, Leone non ha esitato a elencare gli interlocutori privilegiati di questo viaggio: i poveri, i piccoli, i bambini, i malati e gli anziani. A costoro – e solo incidentalmente ai potenti – si rivolge il suo messaggio di fratellanza universale, un tema che ha attraversato le tappe algerine e angolane come un filo rosso. L’ombra del predecessore, Francesco, è costante ma mai retorica: il Papa ne ha ricordato «la vita, la testimonianza, la parola e i gesti», quasi a suggerire che l’eredità più autentica non si trovi nei documenti ufficiali, bensì in quell’attenzione quotidiana agli ultimi che l’attuale pontefice ha fatto propria senza bisogno di proclami.
Guinea Equatoriale, l’appello di Francesco risuona tra le foreste di Bioko
L’isola di Bioko, vulcanica e aspra, avvolta nella foschia tropicale che sale dai tremila metri dei suoi rilievi montuosi, ha fatto da sfondo a un gesto preciso. Era il primo anniversario della morte di Francesco quando Leone XIV è atterrato a Malabo, e già in aereo aveva confidato ai giornalisti un sentimento di gratitudine («ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto il mondo»), ma il vero nodo è emerso davanti alle autorità locali. «Faccio mio l’appello di Papa Francesco», ha dichiarato citando un passaggio che risuona come un testamento morale: «“Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità”. Il destino dell’umanità è a rischio». Parole che, in un Paese come la Guinea Equatoriale – dove le risorse naturali si accompagnano a disuguaglianze profonde – assumono il peso di un monito. Nessuna condanna esplicita, ma un richiamo che interroga chi governa: l’economia che uccide, secondo il pontefice, non è un’astrazione teorica, ma una realtà di carne e sangue che si consuma sotto gli occhi di una Chiesa chiamata a farsi profeta.
Un’agenda morale per l’Africa, tra corruzione e scelte coraggiose
È stato Mani Ndongbou Bertrand, presidente della Comunità camerunese di Roma e del Lazio nonché dell’associazione Camrol, a leggere in controluce il senso profondo del viaggio. Quella che ne emerge è un’«agenda morale precisa», un dispositivo etico che non si limita alla denuncia generica ma si spinge fino a indicare la direzione: un monito contro la corruzione, certo, ma anche «un invito a compiere scelte coraggiose». La riflessione di Bertrand – che parla con cognizione di causa, avendo il Camerun come origine e punto di osservazione – vale per i Paesi già toccati dal pontefice (Algeria, Angola) e per quello che lo ospiterà nei giorni immediatamente successivi, la Guinea Equatoriale. Non ci sono ricette economiche né indicazioni tecniche, piuttosto una cornice valoriale dentro la quale le leadership africane sono chiamate a misurarsi. Il giudizio non è sulla politica, ma sull’umano: e in questo senso l’eredità del viaggio si candida a diventare un metro per gli anni a venire.
Il silenzio dell’Occidente e l’abbraccio della Grande Moschea di Algeri
Il rientro a Roma è fissato per il 23 aprile 2026, e mentre il viaggio volge al termine un dato appare incontrolabile: le vicende africane, persino quando hanno il Papa come testimonial, stentano a penetrare l’opinione pubblica occidentale. Un paradosso, se si considera l’intreccio istituzionale (qualcuno direbbe politico) e religioso che ha segnato ogni tappa, a cominciare dall’accoglienza nella Grande Moschea di Algeri. Leone XIV, in quell’occasione, ha dimostrato che il dialogo interreligioso non è una parentesi, ma il cuore stesso di una fratellanza universale che rifiuta ogni steccato. Eppure, a giudicare dalla scarsa eco mediatica, l’Africa resta un continente di secondo piano nell’immaginario informativo europeo e nordamericano. Una distanza che il Papa, con i suoi gesti e le sue parole (sempre preparate con mesi di anticipo, mai dettate dall’urgenza), ha provato a colmare – senza la pretesa di riuscirvi in un solo viaggio, ma con l’ostinazione di chi crede che i semi vadano piantati anche dove il terreno sembra arido.




