L’euro digitale si fa più concreto, ma la vera battaglia è sulle commissioni e sui tetti di detenzione
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Redazione Economia
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Il progetto dell’euro digitale, nonostante le resistenze di alcune frange del mondo bancario e le perplessità di chi teme una perdita di autonomia per gli istituti di credito, ha compiuto un ulteriore passo avanti nel suo percorso di realizzazione. La Banca centrale europea ha recentemente siglato una serie di accordi con tre importanti organismi di normazione europei – ECPC, nexo standards e Berlin Group – per definire gli standard tecnici che sorreggeranno l’infrastruttura di questa nuova moneta. L’obiettivo dichiarato da Francoforte, come si legge nelle note ufficiali, è quello di minimizzare i costi di adozione per il mercato, sfruttando protocolli aperti e accessibili per creare quella che molti sperano diventi una vera e propria rete alternativa ai colossi statunitensi come Visa e Mastercard. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di europeizzare i pagamenti digitali, riducendo la dipendenza da standard proprietari che oggi dominano il settore a livello globale; gli standard individuati, come il CPACE per i pagamenti contactless o le specifiche di nexo standards per il collegamento tra esercenti e acquirenti, sono già rodati e pronti all’uso, il che suggerisce che la fase puramente teorica sia ormai alle spalle.
Un tetto per la moneta pubblica, il Parlamento europeo apre il confronto
Mentre sul fronte tecnico si procede spediti, a Bruxelles il dibattito politico entra nel vivo di una delle questioni più spinose: i limiti di detenzione. Qualche giorno fa, il negoziato sul regolamento dell’euro digitale all’interno della Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo ha affrontato per la prima volta questo tema, con il relatore Fernando Navarrete Rojas che avrebbe prospettato soglie di possesso molto contenute, pensate primariamente per scongiurare il rischio di una fuga dai depositi bancari tradizionali. Un simile approccio, sebbene rassicurante per gli istituti di credito che temono un drastico prosciugamento della liquidità, rischia di limitare fortemente l’utilizzo pratico della moneta. Secondo le stime e le proposte che circolano negli ambienti parlamentari, il limite potrebbe aggirarsi intorno ai tremila euro, una cifra che farebbe dell’euro digitale uno strumento esclusivamente per transazioni di piccolo taglio, quasi un "contingente" di emergenza invece che un vero e proprio sostituto del contante. Non è un caso, del resto, se lo stesso direttore generale della FIPE, Roberto Calugi, abbia sottolineato come senza condizioni economiche favorevoli – e quindi senza uno spazio di manovra adeguato per gli utenti – l’euro digitale rischi di non entrare mai realmente nella routine quotidiana dei cittadini.
La partita delle commissioni: il vero scoglio per commercianti e consumatori
Se i tetti di detenzione rappresentano il nodo per la stabilità finanziaria, la questione delle commissioni è probabilmente il fronte più caldo per l’economia reale. Oggi, ogni volta che si utilizza un bancomat o una carta di credito, il commerciante sostiene un costo che mediamente varia dallo 0,7% all'1,3% dell'importo transatto; un costo che, come sottolineano le associazioni di categoria, finisce inevitabilmente per gravare sul sistema e, a volte, sul prezzo finale esposto al pubblico. Per il settore della ristorazione italiana, solo per fare un esempio, si parla di una spesa annua compresa tra i 500 e i 600 milioni di euro. Ecco perché, nelle discussioni in corso al Parlamento europeo, si sta facendo strada l’ipotesi di un azzeramento totale o quasi delle commissioni per i piccoli esercenti, almeno durante una fase transitoria che potrebbe durare dai tre ai cinque anni. L’idea di fondo, avallata anche da realtà come Confcommercio e da alcune associazioni europee, è che, trattandosi di un’infrastruttura pubblica imposta per legge – e quindi dotata di status di corso legale –, lo Stato non possa trasferire i costi di gestione sulle imprese, pena il disincentivo all’adozione.
La Bce sceglie standard aperti per rompere il duopolio Visa-Mastercard
Tornando agli aspetti più squisitamente ingegneristici dell’operazione, la scelta della Bce di appoggiarsi a standard preesistenti non è affatto banale. Utilizzando le specifiche tecniche di enti come il Berlin Group – che permette pagamenti tramite alias telefonici o riconciliazioni mobili – e le già citate specifiche di nexo standards, Francoforte manda un segnale preciso al mercato: non si vuole creare un sistema chiuso e incompatibile con le attrezzature che commercianti e banche già possiedono. Un portafoglio digitale nazionale, in virtù di questa interoperabilità, potrebbe teoricamente operare su un POS in un altro Stato membro senza bisogno di costosi e complessi aggiornamenti hardware, un vantaggio competitivo non indifferente. L’auspicio, condiviso da Piero Cipollone (membro del comitato esecutivo BCE), è che questa apertura favorisca l’ingresso di nuovi fornitori europei nel mercato dei pagamenti, spezzando di fatto il duopolio che attualmente costringe il Vecchio Continente a dipendere da tecnologie e commissioni stabilite oltreoceano. La sfida, insomma, è trasformare l’euro digitale da un esperimento di politica monetaria a un concreto volano di competitività per il sistema Europa.




