La sinistra e il caso Salis: “Non vi parliamo” mentre l’eurodeputata denuncia minacce e spionaggio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aria che tira a sinistra, quando il nome di Ilaria Salis fa capolino tra le pieghe del dibattito politico, è quella di un imbarazzo denso e quasi palpabile. “Non vedo, non sento, non parlo”, sembrano suggerire le tre celebri scimmiette del proverbio giapponese, eppure la realtà dei fatti – quelli raccontati da un’inchiesta giudiziaria che lambisce i palazzi del Parlamento europeo – continua a bussare con insistenza. I compagni di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) si sono trasformati in interlocutori aggressivi e nervosi, come riportano le cronache, al punto da liquidare chi pone domande con un secco “Non vi parliamo”. Dall’altra parte, Fratelli d’Italia non ha esitato a rincarare la dose: “Se è così, lasciate perdere”, quasi a suggerire che l’imbarazzo dei primi potrebbe trasformarsi in un silenzio complice.

Il nodo della discordia, va detto senza giri di parole, non riguarda presunte simpatie o antipatie personali. Al centro della bufera c’è il rapporto – ambiguo e per certi versi opaco – tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente parlamentare Ivan Bonnin. I regolamenti interni di Bruxelles e Strasburgo sono chiari: una relazione sentimentale o convivenza tra un parlamentare e il proprio assistente rientra in una zona grigia vietata, per ragioni evidenti di conflitto d’interessi e gerarchie interne. Eppure, proprio ieri, alcune testate hanno dato conto di una notizia esclusiva: Salis e Bonnin, nonostante le smentite pubbliche su un coinvolgimento amoroso, hanno abitato sotto lo stesso tetto. Un alloggio in una palazzina borghese, non certo il celebre centro sociale Leoncavallo che tanto ha fatto da sfondo alla sua narrazione pubblica.

La reazione della diretta interessata non si è fatta attendere, ed è stata all’altezza della tensione. Ilaria Salis si dice “esterrefatta” da quella che definisce una “attenzione morbosa” verso la sua vita privata. E in parte, si potrebbe anche capire il fastidio, se il fulcro della questione fosse davvero il gossip. Ma la dottoressa Salis, nelle sue divagazioni difensive, prova a scantonare: butta la questione sul piano del vittimismo di genere (“ce l’hanno con me perché sono donna e antifascista”), invoca le sue battaglie politiche, e finisce per denunciare una “campagna della destra che arriva a spiarmi in casa”. Arriva persino a rivelare una presunta “minaccia” ricevuta dall’eurodeputato tedesco di Afd Alexander Jungbluth: “Ora sappiamo dove abiti”, avrebbe detto lui. Parole pesanti, che l’eurodeputata di Avs ha voluto rendere pubbliche come prova di un’intimidazione inaccettabile.

Ma c’è un passaggio, nelle sue controdeduzioni, che suona più stonato degli altri. “In camera con Bonnin? Io non ho la scorta”, ha ribattuto quasi a voler giustificare la presenza dell’assistente in albergo. Il riferimento è a quanto accaduto lo scorso 28 marzo, quando la polizia ha bussato alla porta della sua stanza d’hotel rendendo noto – involontariamente – che l’eurodeputata non era sola. Da qui, lo choc, la sensazione di essere spiata, il sentirsi sotto attacco. Eppure, come hanno osservato più fonti vicine al caso, l’attenzione dei giornali non si è mai concentrata sulla sua vita sentimentale – quella, francamente, interessa a pochi – bensì sul profilo deontologico e regolamentare della vicenda. Un assistente parlamentare che convive con la propria eurodeputata, negandolo e continuando a percepire uno stipendio dalle casse europee, solleva questioni ben più serie di un pettegolezzo da rotocalco. Il problema è la trasparenza, la rendicontazione, il rispetto delle regole che lei stessa contribuisce a scrivere in quanto eletta. E su questo, né le tre scimmiette né i silenzi nervosi dei compagni potranno bastare a far sparire la domanda.

La difesa di Salis e lo “scandaletto” del portaborse innamorato

Non si può dire che Ilaria Salis manchi di inventiva retorica. Di fronte alle rivelazioni sulla convivenza con Ivan Bonnin, l’eurodeputata ha provato a ribaltare la narrazione, parlando di “attenzione morbosa” e accusando la destra di averla fatta pedinare fino a casa. Un’uscita, la sua, che ha strappato piuttosto qualche risata tra i cronisti di lungo corso: “Basta difendere l’indifendibile”, hanno commentato in più di una redazione. Perché prendere sul serio una versione che cambia a ogni intervista diventa un esercizio sempre più spericolato. C’è chi, ironicamente, ha notato come le sue posizioni politiche “maturino in camera da dormire”, con un chiaro riferimento allo spazio domestico condiviso con il suo assistente. E quando le è stato chiesto conto della contraddizione tra i proclami pubblici (“non c’è alcuna relazione”) e i fatti (un tetto unico, una presenza in albergo), la risposta è scivolata nel vittimismo più scontato: “Ce l’hanno con me perché sono una donna antifascista”. Una boiata, per usare un termine non tecnico, che nessuno con un minimo di senso critico può davvero credere, ma che va detta perché, semplicemente, non si ha altro da dire.

Le regole del Parlamento europeo e la polvere sotto il tappeto

Il cuore della vicenda, e qui torniamo al punto dolente, non è mai stato il cuore di Salis o di Bonnin. Le norme del Parlamento europeo vietano espressamente che un assistente parlamentare abbia una relazione sentimentale o conviva con il proprio datore di lavoro, per evitare situazioni di abuso d’ufficio, favoritismi e conflitti d’interesse. La scoperta che i due condividessero un alloggio in una palazzina borghese – lontana anni luce dall’immagine ribelle e alternativa che l’eurodeputata ama proiettare – ha messo in luce una potenziale violazione disciplinare grave. E non si tratta di un dettaglio da terza pagina: gli uffici di controllo interni di Bruxelles hanno già avviato verifiche informali, come si è appreso da fonti vicine all’inchiesta. La sinistra, invece di affrontare il merito della questione, preferisce il silenzio o la replica stizzita: “Non vi parliamo”, hanno risposto i compagni di Avs ai giornalisti che chiedevano delucidazioni. Un atteggiamento che, da solo, la dice lunga sulla difficoltà di gestire un caso diventato imbarazzante.

Minacce, polizia in albergo e il nodo della trasparenza

L’episodio del 28 marzo – quando gli agenti hanno bussato alla porta dell’hotel rendendo di fatto pubblica la presenza di Bonnin – ha rappresentato il punto di svolta. Da lì, la denuncia di Salis per la presunta minaccia di Jungbluth (“ora sappiamo dove abiti”) e la richiesta di scorta, quasi a voler trasformare un problema amministrativo in una questione di sicurezza personale. Ma l’eurodeputata, in questo caso, sbaglia bersaglio. Nessuno dei suoi colleghi (né di destra, né di sinistra) ha mai messo in dubbio il suo diritto a una vita privata, né tantomeno giustificherebbe minacce reali. Il punto è che la sua “vita privata” si è intrecciata indebitamente con quella pubblica e istituzionale, violando regole chiare e scritte. E mentre lei parla di “campagna della destra” e di “spionaggio”, i regolamenti europei restano lì, muti ma inequivocabili, a ricordare che un conto è l’attenzione morbosa, un altro è l’obbligo di trasparenza per chi siede in Parlamento. La sinistra, per ora, continua a fare le tre scimmiette. Ma il tempo, si sa, è galantuomo.

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