L’Italia dei centenari e quel crollo della salute dopo i 58 anni
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Redazione Interno
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L’Italia, confermano i dati Istat, detiene il primato europeo della longevità: la speranza di vita alla nascita tocca quota 83,4 anni, un traguardo che ci colloca tra i primi posti nel mondo. Eppure, questa medaglia – come spesso accade quando si analizzano le statistiche demografiche – ha un rovescio pesante, fatto di un invecchiamento senza precedenti e di una fragilità sanitaria che si manifesta molto prima di quanto si creda. Nel Vecchio Continente, infatti, registriamo la percentuale più bassa di giovani e la più alta di anziani: gli over 65 sono già 14,8 milioni e, secondo le proiezioni contenute nel report “La salute: una conquista da difendere”, rappresenteranno il 30% della popolazione entro il 2030. L’età media, attualmente ferma a 49 anni, supera di quattro lunghezze quella dell’Unione europea.
Ma il dato che più di ogni altro restituisce la complessità del quadro è un altro, ed è stato messo in luce dal White Paper promosso da Peripato e Fondazione Anthem. Gli italiani, da un lato, hanno guadagnato 54 anni di vita in meno di due secoli; dall’altro, la loro salute inizia a deteriorarsi mediamente a 58 anni. Da quel momento in poi, per un arco temporale che può superare i 25 anni, la vita è segnata da malattie croniche, limitazioni funzionali e perdita di autonomia. Non si tratta di un’opinione, ma della fotografia scattata dal documento del professor Paleari, che evidenzia una cesura netta tra longevità anagrafica e longevità in salute.
Un secolo di progressi e il prezzo dell’invecchiamento
I numeri dell’Istat raccontano anche progressi straordinari: il tasso di mortalità si attesta oggi intorno ai mille decessi ogni 100 mila abitanti, con un’età mediana alla morte di 81,6 anni per gli uomini e 86,3 per le donne. La mortalità infantile, nel 2023, è crollata a 2,7 ogni mille nati, uno dei valori più bassi al mondo. Insomma, la conquista di una vita più lunga è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, lo stesso rapporto sottolinea come l’altra faccia di questo miglioramento sia un invecchiamento progressivo della popolazione, sì più sano nelle prime fasi, ma destinato a trasformarsi in una lunga fase di cronicità.
Il nodo dei 58 anni e le criticità sistemiche
Il Libro Bianco di Fondazione Anthem, in collaborazione con Peripato, non si limita a descrivere il fenomeno: lo analizza nelle sue conseguenze sistemiche. Dai 58 anni in avanti, la qualità della vita crolla, e quella che una volta veniva definita “terza età” si allunga in una condizione di fragilità persistente. Entro il 2030, ricordano gli estensori del documento, gli over 65 saranno il 30% della popolazione italiana. Un peso, quello delle malattie croniche e della disabilità, che graverà per oltre un quarto di secolo sulla vita media di ogni cittadino. Per evitare il collasso del sistema, il White Paper indica due strade: l’innovazione digitale e nuovi modelli organizzativi dell’assistenza. Nessuna soluzione miracolistica, ma la consapevolezza che la longevità, senza la salute, diventa un paradosso difficile da sostenere.
Il primato europeo e la sua doppia faccia
L’Italia continua a essere un paese dove la speranza di vita risulta tra le più alte in Europa, ormai prossima agli 84 anni. Ma il dato che davvero interessa – e che troppo spesso viene oscurato dalle celebrazioni del primato – è che la durata della vita in buona salute si ferma mediamente a 58 anni. Ne consegue una fase lunghissima, che può superare i 25 anni, caratterizzata da patologie croniche e perdita di autonomia. Un’Italia, dunque, sempre più longeva ma altrettanto fragile. Il report Istat “La salute: una conquista da difendere” e il Libro Bianco di Fondazione Anthem tracciano senza enfasi il perimetro di questa sfida: viviamo più a lungo di tutti in Europa, ma a 58 anni la macchia su questa lunga esistenza comincia a diventare indelebile.




