La confessione del 15enne: «Volevo difendere i miei amici, sono dispiaciuto» per l’omicidio di Bakari Sako

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Sono profondamente dispiaciuto». Con queste parole – pronunciate davanti al gip del Tribunale dei minorenni di Taranto, Paola Morelli – il quindicenne fermato per l’uccisione di Bakari Sako, bracciante maliano di 35 anni, ha aperto la sua confessione. Il ragazzo, ascoltato nell’udienza di convalida del fermo, ha sostenuto di aver sferrato i fendenti mortali perché temeva che la vittima potesse aggredire i suoi amici. Una versione, quella della difesa personale preventiva, che ora gli investigatori dovranno vagliare con attenzione, confrontandola con le altre testimonianze raccolte e con i rilievi sul luogo dell’aggressione.

La dinamica secondo l’indagato: paura di un’aggressione ai complici

Dalle ricostruzioni emerse finora, il minorenne ha dichiarato di non aver agito con intento omicidiario premeditato, bensì per scongiurare un pericolo immediato. «Volevo difendere i miei amici», avrebbe ripetuto nel corso delle dichiarazioni spontanee, aggiungendo che la paura di vederli aggrediti lo avrebbe spinto a estrarre il coltello. La difesa, rappresentata dall’avvocato Andrea Maggio – che assiste alcuni dei ragazzi coinvolti nella vicenda – sembra orientarsi verso la tesi dell’aggressione finita male, uno scenario in cui l’uso dell’arma sarebbe stato una reazione sproporzionata ma non premeditata. Gli inquirenti, dal canto loro, stanno cercando di ricostruire i minuti precedenti il fatto, per capire se effettivamente sussistesse una minaccia concreta da parte di Sako.

Le indagini e il ruolo della polizia giudiziaria

La procura minorile di Taranto ha coordinato il fermo del quindicenne, avvenuto nelle ore successive all’omicidio. Gli accertamenti – condotti dalla polizia giudiziaria – hanno riguardato anche i telefoni cellulari dei presenti e le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, seppur non tutte perfettamente funzionanti. Il gip Paola Morelli, dopo aver ascoltato la confessione, ha dovuto valutare se sussistessero i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga o di reiterazione del reato. Il ragazzo, al momento, si trova in una struttura protetta per minorenni, in attesa degli sviluppi del procedimento. Nessun altro coetaneo è stato al momento fermato, anche se le dichiarazioni rese hanno acceso i riflettori sul ruolo degli amici presenti sul posto: persone che, secondo la difesa, avrebbero potuto subire l’aggressione del 35enne maliano.

Il contesto e il rispetto per la vittima

Bakari Sako, lavoratore agricolo originario del Mali, viveva e lavorava da tempo nel tarantino. La sua morte violenta ha scosso l’opinione pubblica locale, ma in quest’articolo ci si concentra esclusivamente sugli sviluppi giudiziari e sulle dichiarazioni rese dal minorenne indagato. La cronaca – come sempre in questi casi – deve evitare dettagli espliciti sulle modalità del ferimento, limitandosi a riportare gli elementi processuali emersi finora. Dalla sua cella, il quindicenne ha mostrato rammarico, ma resta da chiarire se quel «sono dispiaciuto» rappresenti un sincero pentimento o una semplice formula difensiva. La procura, nelle prossime settimane, potrebbe disporre una perizia psichiatrica per valutare la capacità di intendere e volere del giovane al momento del fatto.

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