Sanzioni Usa contro Francesca Albanese, la corte d’appello dà ragione a Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, per la verità piuttosto effimera, è durata appena una manciata di giorni. Dopo la breve parentesi di revoca decisa da un tribunale di primo grado – che aveva giudicato le misure lesive della libertà di espressione – l’amministrazione Trump ha ottenuto quanto cercava: il reinserimento della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nella lista nera delle sanzioni internazionali.

La notifica, pubblicata sul sito del Dipartimento del Tesoro americano, sancisce di fatto il ritorno al regime punitivo già in vigore dall’estate del 2025, congelando nuovamente gli assets della giurista italiana e interrompendone l’accesso al sistema finanziario globale.

Il colpo di scena della corte federale

A determinare questa inversione di rotta è stato un intervento lampo della Corte d’Appello per il Circuito del Distretto di Columbia. Solo due settimane fa, il 13 maggio, un giudice federale – Richard Leon – aveva emesso un’ingiunzione preliminare bloccando le sanzioni, sostenendo che queste ultime violassero il Primo Emendamento della Costituzione americana, proprio quel principio che tutela il pensiero e la parola.

L’amministrazione, però, non ha perso tempo e ha impugnato la decisione, convincendo una giuria composta da tre giudici d’appello a sospendere quella stessa ingiunzione. La loro ordinanza, definita di natura meramente procedurale e non ancora una pronuncia definitiva sul merito ("should not be construed in any way as a ruling on the merits"), ha avuto l’effetto immediato di restituire forza esecutiva alle restrizioni mentre il caso viene discusso nei livelli superiori del sistema giudiziario.

La strategia legale e il nodo della giurisdizione

Al centro della battaglia legale, che vede opposti il governo americano alla famiglia della relatrice, si cela un principio giuridico di non poco conto. Il Dipartimento di Giustizia, difendendo la posizione di Trump, ha sostenuto che Albanese – cittadina italiana residente all’estero da circa un decennio – non possa godere delle protezioni garantite dalla Costituzione degli Stati Uniti, specie quando le dichiarazioni contestate sono state rese al di fuori del suolo americano.

Una tesi, quella dell’esecutivo, che si scontra con l’argomentazione del giudice Leon, il quale aveva riconosciuto un “legame sostanziale” con gli Usa alla relatrice, legame giustificato dal possesso di una proprietà sul territorio e dalla cittadinanza americana della figlia (nativa di New York). Il ricorso, presentato congiuntamente dal marito di lei, Massimiliano Cali (funzionario della Banca Mondiale), aveva quindi ottenuto una sospensione delle sanzioni a metà maggio, ma il provvedimento della Corte d’Appello ha spazzato via questa protezione temporanea.

Le accuse e le conseguenze di una blacklist

Le sanzioni, che ora tornano pienamente in vigore in attesa dell’esito dell’appello, non rappresentano solo un atto simbolico per la funzionaria Onu. La lista nera del Tesoro (Specially Designated Nationals) impedisce a qualsiasi cittadino o entità americana di intrattenere rapporti commerciali con Albanese, ne blocca i conti correnti e le preclude l’ingresso negli Stati Uniti, creando di fatto un isolamento finanziario che – come riportato da fonti vicine alla diretta interessata – le ha impedito persino di effettuare normali transazioni quotidiane.

La decisione originale dell’estate del 2025, firmata dal segretario di Stato Marco Rubio, accusava la giurista di condurre una "campagna di guerra politica ed economica" contro Usa e Israele, citando in particolare un suo rapporto in cui invitava la Corte Penale Internazionale a procedere contro funzionari israeliani e dirigenti di colossi americani come Google, Amazon e Microsoft.

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