Adinolfi ai domiciliari: «Sono totalmente innocente, vogliono vedermi nel fango»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mario Adinolfi, leader del movimento politico cattolico Il Popolo della Famiglia, rompe il silenzio e sceglie la via della controffensiva a muso duro, appena ventiquattr'ore dopo l'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari firmata dal gip di Roma Giulia Arcieri.

Attraverso una lunga nota ufficiale diffusa dai suoi difensori, gli avvocati Riccardo Di Lorenzo, risponde punto su punto alle accuse pesantissime che la Procura di piazzale Clodio gli contesta, in un'inchiesta che ruota attorno al sistema denominato "Scommessa Collettiva" e a una successiva iniziativa chiamata "Cristo Regna".

«Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente», scrive Adinolfi, ribadendo con forza la sua estraneità ai fatti contestati, che vanno dall'esercizio abusivo dell'attività finanziaria e raccolta abusiva del risparmio alla truffa aggravata e all'evasione fiscale internazionale.

La sua reazione, come si legge nel documento, è quella di chi si sente vittima di una «vicenda surreale» e di una «ingiustizia grave» patita insieme alla sua famiglia: «Vivo con la serenità che mi giunge dalla fede», aggiunge il giornalista e politico romano, classe 1971, che nella sua difesa fa ricorso a una metafora biblica per descrivere la sua condizione attuale: «Dio quando vuole mostrare la regalità di Davide non gli manda una corona, gli manda Golia».

L'inchiesta e il meccanismo della Scommessa Collettiva

A finire nel mirino degli inquirenti, coordinati dal pm Maurizio Arcuri, è un sistema di raccolta fondi che avrebbe fruttato all'indagato oltre 4,7 milioni di euro negli ultimi cinque anni, raccolti da un numero considerevole di clienti che, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, sarebbero stati adescati tramite social network o passaparola e convinti a investire nel cosiddetto "Betting Group".

La promessa era quella di rendimenti garantiti, molto superiori a quelli offerti dal mercato, con percentuali che toccavano punte del 40% annuo per le quote ordinarie e addirittura del 150% per le formule Vip Plus, prospettando un'attività di scommesse sportive senza rischi, resa infallibile da presunti algoritmi proprietari e da un team di esperti in grado di eliminare l'alea del gioco.

Secondo l'accusa, però, il denaro raccolto sarebbe stato solo in minima parte effettivamente destinato alle scommesse, mentre la gran parte sarebbe stata utilizzata per trasferimenti a terzi e per spese personali di lusso dell'indagato, tra cui orologi, lingotti d'oro, quadri, imbarcazioni e viaggi alle Maldive e in Egitto, ipotesi queste che Adinolfi respinge con fermezza: «Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che mai e poi mai ho posseduto o acquistato quadri o lingotti? », si legge nella sua nota, nella quale aggiunge anche di non essere mai salito su uno yacht e di non essersi mai arricchito sulla pelle degli altri, descrivendo anzi il suo stile di vita come morigerato, quasi monastico, fatto di t-shirt e pantaloncini.

Le contestazioni e il ruolo dell'immagine pubblica

Nel provvedimento cautelare, il gip Giulia Arcieri sottolinea come la pericolosità sociale di Adinolfi sia «esponenzialmente accresciuta dalla notorietà del personaggio e dalla sua esposizione mediatica», una popolarità che avrebbe giocato un ruolo chiave nella strategia di captazione delle vittime, le quali facevano affidamento sulla sua immagine di uomo politico nazionale, cattolico militante e ancorato a princìpi morali tradizionali.

La difesa, nel suo documento ufficiale, non nega la passione dell'ex deputato per il poker e le scommesse, attività portate avanti per decenni, ma precisa che si tratterebbe di scommesse collettive effettuate senza sollecitare alcuno, e che se qualcuno ha perso, ciò rientra nella normale dinamica del gioco, definito dal codice civile come «obbligazione naturale non ripetibile».

L'attenzione degli inquirenti, però, non si ferma al passato. Le indagini hanno evidenziato come, nonostante la mole di denunce già presentate da almeno undici persone, Adinolfi avesse di recente lanciato una nuova iniziativa denominata «Cristo Regna», che nelle prime settimane avrebbe già raccolto circa tremila euro, riproponendo secondo i magistrati le stesse modalità contestate per la Scommessa Collettiva, un elemento che ha fatto scattare l'allarme sul «concreto e attuale pericolo di reiterazione» dei reati.

La controffensiva legale e la denuncia della fuga di notizie

Nella sua lunga dichiarazione, Adinolfi punta il dito anche contro la gestione mediatica dell'inchiesta, che definisce una «violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate». Per l'indagato, la trasmissione televisiva Le Iene, che aveva già dedicato numerosi servizi alla vicenda, avrebbe contribuito a creare un clima di pregiudizio, arrivando a parlare di presunti introiti di milioni di euro per il nuovo progetto «Cristo Regna» quando invece, sostiene, le carte parlano di sole tremila euro.

Il leader del Popolo della Famiglia annuncia infine che il suo difensore provvederà al più presto a depositare istanza di ricorso al Tribunale del Riesame, per chiedere la revoca della misura cautelare, ritenendo che non sussistano né il pericolo di fuga, né il rischio di inquinamento delle prove, né tantomeno quello di reiterazione del reato.

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