Dipendenza energetica Ue, l'allarme dei commissari: "Rischiamo di scambiare la Russia con gli Usa"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In diverse capitali europee serpeggia un timore preciso, che il commissario europeo all'Energia, Dan Jorgensen, ha esposto con franchezza ai giornalisti riuniti a Bruxelles: la possibilità che l'Unione, nel cruciale tentativo di affrancarsi dal gas russo, finisca per legarsi in modo altrettanto stretto alle importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. "Condivido una inquietudine crescente", ha dichiarato il commissario danese, sottolineando come gli sconvolgimenti geopolitici legati alla recente crisi in Groenlandia, peraltro fomentata dagli attacchi verbali del presidente statunitense Donald Trump, abbiano suonato un inequivocabile campanello d'allarme. La situazione, del resto, non ammette facili ottimismi, poiché la ricerca di una via d'uscita da una dipendenza rischia di condurre dritti nelle braccia di un altro fornitore dominante, con tutto ciò che questo comporta in termini di sicurezza e autonomia strategica.

La protesta simbolica e la posizione di Greenpeace

Parallelamente alle dichiarazioni istituzionali, l'azione degli attivisti di Greenpeace Belgio ha offerto una rappresentazione plastica di quelle medesime preoccupazioni. Mentre i ministri Ue ratificavano il divieto di importazione del gas russo, alcuni di loro hanno posizionato davanti al Consiglio europeo delle sagome giganti, raffiguranti il presidente russo e Donald Trump seduti assieme su una nave gasiera. Quel gesto simbolico, privo di violenza ma carico di significato, mirava a denunciare il pericolo che l'Europa, abbandonando il combustibile fossile di un autocrate, si affidi ciecamente a quello di un altro, senza intaccare la sostanza di una vulnerabilità che rimane strutturale. Un messaggio che, al di là dei toni, converge parzialmente con l'analisi dei funzionari comunitari, i quali riconoscono la necessità di una scelta più ponderata.

Le parole di Jorgensen e la ricerca di alternative

Jorgensen, dal canto suo, ha rassicurato sull'impegno a mantenere vive le relazioni commerciali con Washington, relazione che resta fondamentale sotto molti aspetti. Tuttavia, ha anche aggiunto, senza mezzi termini, che la lezione degli ultimi mesi impone una riflessione più approfondita. "Faremo il possibile per garantire che i rapporti con gli Stati Uniti possano essere mantenuti", ha affermato, "ma è chiaro che le turbolenze geopolitiche ci impongono di cercare attivamente delle alternative". Una dichiarazione che sposta il focus dalla mera sostituzione del fornitore a una strategia di diversificazione più ambiziosa e coraggiosa, la sola in grado di scongiurare nuovi ricatti. La Commissione, stando a queste parole, sembra quindi intenzionata a percorrere una strada articolata, che non trascuri alcuna opzione praticabile per spezzare una catena di dipendenze troppo rischiose in un mondo instabile.

La sfida della diversificazione oltre le emergenze

Il nodo centrale, dunque, non è soltanto trovare del gas da qualche altra parte per riempire i gasdotti vuoti, bensì ripensare l'intera architettura degli approvvigionamenti in una prospettiva di lungo periodo. La crisi della Groenlandia, evocata più volte dal commissario, ha mostrato con drammatica evidenza quanto rapidamente uno scenario geopolitico possa mutare e quanto fragile sia una sicurezza energetica basata su poche, grandi fonti. L'obiettivo, perciò, diventa costruire un paniere di fornitori il più ampio e differenziato possibile, comprendendo anche il potenziamento delle energie rinnovabili e dell'efficienza, sebbene su quest'ultimo punto le dichiarazioni odierne non si siano soffermate. È una partita complessa, che si gioca su più tavoli: dai negoziati diplomatici con paesi terzi agli investimenti nelle infrastrutture di ricezione del Gnl, fino alle politiche industriali interne. Una partita dalla quale l'Unione Europea, secondo le parole dei suoi commissari, non può permettersi di uscire sconfitta.

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