Gas russo, Gnl americano: l'Europa cambia padrone ma non la dipendenza
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Redazione Esteri
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Quattro anni dopo l'invasione dell'Ucraina, che costrinse l'Unione Europea a un brusco e costosissimo dietrofront sulla questione energetica, il bilancio appare tutt'altro che confortante. La fuga dal gas russo, presentata come una necessaria conquista di sovranità e sicurezza, si è infatti risolta in un mero cambio di fornitore dominante, una sostituzione che, mentre privava Mosca di ingenti entrate, legava in maniera ancora più stretta le sorti continentali alle dinamiche politiche e di mercato di Washington. Una nuova dipendenza strategica, in altri termini, si è andata a sostituire alla vecchia, rendendo il sistema energetico europeo, per certi versi, persino più vulnerabile di fronte alla imprevedibilità di un attore globale come gli Stati Uniti, ora guidati da Donald Trump, noto per un approccio transazionale e spesso unilateralista nelle relazioni internazionali.
Il caso ungherese e la faglia interna
La fragilità di questo nuovo assetto, del resto, non è un'ipotesi astratta ma emerge con chiarezza dalla cronaca politica dei giorni nostri, dove le tensioni esplodono sia all'interno dei confini comunitari sia sul palcoscenico globale. Viktor Orban, il primo ministro ungherese, ha dichiarato apertamente che il suo paese non rispetterà il divieto Ue sulle forniture di gas russo, denunciando, con toni perentori, come senza di esse le bollette delle famiglie rischierebbero di triplicare. Una presa di posizione che squarcia il velo di un'unità europea faticosamente costruita sull'emergenza e che apre uno scenario di potenziali conflitti istituzionali, mentre l'Ungheria valuta, come riferito, "diverse modalità per aggirarlo", ovvero quel divieto che da Bruxelles viene considerato un pilastro della risposta alle aggressioni di Mosca.
Le preoccupazioni italiane e i rincari annunciati
Sull'altro versante, quello dei paesi formalmente allineati con le decisioni comunitarie, le previsioni non sono affatto rosee. Il ministro della Sicurezza energetica italiano, infatti, ha sottolineato come lo stop definitivo al gas russo, previsto dal 2027, possa comunque generare pesanti ricadute sui cittadini. Se da un lato l'approvvigionamento sarebbe garantito dalle nuove rotte, dall'altro l'effetto psicologico sui mercati e la valutazione sovranazionale, ad esempio presso il Titolo transfer facility olandese, rischiano di far lievitare il prezzo complessivo dell'energia. Un meccanismo perverso, paragonato dallo stesso ministro all'influenza che un'ondata di freddo negli Stati Uniti ha sui listini di tutto il mondo, che rende l'Europa, nonostante gli sforzi, sostanzialmente ostaggio di fluttuazioni che non può controllare.
L'allarme Groenlandia e la lezione non appresa
A completare il quadro di un'insicurezza strutturale giunge un monito autorevole e preoccupato dal commissario europeo per l'Energia, Dan Jørgensen, il quale, in un'audizione parlamentare, ha definito la crisi innescata da Donald Trump sulla Groenlandia un "campanello d'allarme" da non sottovalutare. La vicenda, che ha riacceso tensioni geopolitiche nell'Artico, viene letta come un segnale luminoso sui pericoli di aver costruito una relazione energetica così sbilanciata. Il commissario ha lanciato un appello netto, mettendo in guardia dall'errore di "sostituire una dipendenza con un'altra", riproponendo cioè con Washington lo schema di vulnerabilità che per decenni ha caratterizzato i rapporti con Mosca. Un ammonimento che suona come un'amara constatazione: la transizione energetica post-2022, per come è stata gestita, potrebbe non aver reso l'Europa più libera, ma solo averne cambiato i vincoli.




