La Ue dice addio al gas russo, ma la nuova dipendenza americana divide e preoccupa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ci sono voluti quasi quattro anni dall'inizio dell'offensiva russa in Ucraina per giungere a una decisione che, pur apparendo inevitabile, ha incontrato resistenze non facili da superare. Ieri i Paesi dell'Unione europea hanno dato il via libera, seppur a maggioranza qualificata rafforzata per aggirare l'opposizione di alcuni Stati membri, al divieto totale sulle importazioni di gas russo entro la fine del 2027. Una scelta politica forte, quella contenuta nella legge RePowerEu, che segna un punto di non ritorno nelle relazioni con Mosca dopo l'aggressione all'Ucraina. La strada, come sottolineano molti osservatori, resta però in salita e il percorso per disegnare un'autentica autonomia strategica nel settore energetico si annuncia più complesso del previsto.

Dalla protesta di piazza ai nodi irrisolti

Proprio di fronte alla sede del Consiglio europeo a Bruxelles, due enormi pupazzi gonfiati ad aria – raffiguranti le caricature di Vladimir Putin e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – hanno troneggiato durante il voto. Era la manifestazione di Greenpeace, un monito plastico contro quella che l'associazione ambientalista definisce una pericolosa sostituzione di dipendenze: se ieri il gas arrivava dai gasdotti russi, domani arriverà in forma liquefatta dalle navi metaniere statunitensi. Una transizione, questa, che secondo molti non risolve la crisi energetica e climatica, ma semplicemente sposta il problema altrove.

Il nodo del gas naturale liquefatto

Nei prossimi anni, infatti, le proiezioni indicano che una quota compresa tra il 75 e l'80 per cento del GNL importato dall'Unione europea potrebbe provenire dagli Stati Uniti. Una percentuale che, come sottolinea l'organizzazione ReCommon, rischia di creare un nuovo vincolo di dipendenza, stavolta transatlantico. Mentre in Italia, ad esempio, comitati e istituzioni locali ottengono una vittoria significativa impedendo il trasferimento del rigassificatore di Piombino a Vado Ligure, il quadro continentale appare orientato verso un approvvigionamento massiccio da ovest. Alcuni, tra associazioni e comitati, non ci stanno: «Così non si esce dalla crisi», affermano, denunciando una scelta miope che non affronta il cuore della questione, ovvero la necessità di una vera transizione verso le fonti rinnovabili.

Tra le dichiarazioni ufficiali e i fatti concreti

La narrazione ufficiale della rottura energetica con Mosca, promossa con forza dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, sembra quindi mostrare crepe non trascurabili. Dietro la proclamata autonomia, permangono finanziamenti europei che, attraverso canali più o meno diretti, continuano ad alimentare le casse del Cremlino. Una contraddizione stridente, quella tra gli annunci e la realtà dei flussi economici, che si inserisce in un contesto geopolitico più ampio, dove l'attenzione dell'Ue si sposta anche verso le rotte artiche e la Groenlandia. Questo dimostra, in definitiva, una linea non sempre coerente e una politica estera che, su diversi fronti, sembra mettere in discussione persino i suoi stessi principi guida riguardo all'Ucraina. Il divieto sulle importazioni di gas russo segna una tappa, ma il viaggio verso la sicurezza energetica europea è ancora lungo e disseminato di nuove trappole.

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