Gas americano, la nuova dipendenza: quando la soluzione d'emergenza diventa strategia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quella che si è delineata, a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina, come una corsa contro il tempo per sostituire i volumi di gas provenienti da Mosca ha prodotto, in un lasso temporale relativamente breve, una riconfigurazione profonda delle rotte dell'energia continentale. L'Unione Europea, nel suo tentativo di affrancarsi da una dipendenza ritenuta ormai insostenibile sul piano geopolitico, ha finito per costruire un'architettura alternativa che poggia in misura preponderante sugli idrocarburi statunitensi, i quali, trasportati via nave sotto forma di gas naturale liquefatto, oggi coprono già circa un quarto del consumo europeo. Una transizione, questa, che se da un lato ha garantito la sicurezza degli approvvigionamenti in una fase critica, dall'altro sta mostrando tutti i contorni di una dipendenza strutturale, destinata a consolidarsi ulteriormente nei prossimi anni secondo le proiezioni degli analisti.

I numeri di una dipendenza destinata a crescere

Le previsioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia delineano uno scenario in cui l'offerta globale di GNL è attesa crescere del 7%, trainata principalmente dalla produzione nordamericana, un'espansione che si tradurrà in una liquidità di mercato ai massimi storici e in prezzi tendenzialmente in calo. In questo contesto, l'Europa si appresta a segnare un record nel corso del 2026, con importazioni pronte a toccare i 185 miliardi di metri cubi. È un dato che conferma come la strategia di approvvigionamento si sia ormai stabilmente orientata al mercato globale, allontanandosi in modo forse definitivo dai tradizionali gasdotti russi. Entro il 2030, stando alle stime più accreditate, la quota di gas statunitense potrebbe avvicinarsi alla metà del consumo totale dell'Unione, arrivando a dominare la quasi totalità delle importazioni via GNL.

Le incognite geopolitiche e il fattore Trump

È proprio questa crescente dipendenza che solleva interrogativi di natura strategica, alimentando un dibattito tra gli esperti di politica energetica. Jonathan Schroer, energy strategist di Unicredit, ha recentemente posto una questione cruciale, domandandosi se gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, potrebbero in futuro utilizzare il gas naturale come una vera e propria "arma geoeconomica" contro l'Europa. L'ipotesi, per quanto estrema, non è considerata peregrina in alcuni circoli di Bruxelles, dove si analizzano con attenzione le giravolte della politica commerciale americana. La recente decisione di Trump di non imporre dazi aggiuntivi a otto paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia, in attesa dei dettagli di un accordo quadro per il futuro dell'isola discusso con il segretario generale della Nato Mark Rutte, viene osservata come un elemento di una complessa trattativa nella quale l'energia potrebbe diventare una variabile negoziale.

Il vicolo cieco europeo tra sicurezza e autonomia

Negli uffici delle istituzioni comunitarie si insiste spesso sulla determinazione con cui l'Europa ha reciso i legami energetici con la Russia, una narrazione ufficiale che descrive una marcia forzata verso l'autonomia. Tuttavia, alcuni osservatori cominciano a chiedersi se, a fronte della nuova dipendenza dagli Stati Uniti e di un contesto internazionale in evoluzione, non si stia profilando una fase di maggiore ambiguità europea su altri dossier, come quello ucraino. Il sospetto, che circola in alcuni ambienti, è che Bruxelles possa essersi in realtà infilata in un vicolo cieco per quanto riguarda il gas russo, dal quale non intravede una via d'uscita facile, ritrovandosi quindi con un margine di manovra geopolitico più ridotto di quanto non dichiari pubblicamente. La grande corsa al gas americano, sebbene abbia risolto un'emergenza immediata, ha così aperto un capitolo nuovo e potenzialmente altrettanto complesso per la sovranità energetica del continente.

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