Il processo a Zuckerberg e la strategia della dipendenza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   È un paragone che circola da anni, quello tra i social network e l’industria del tabacco, e che proprio in questi giorni, nell’aula di un tribunale di Los Angeles, trova la sua più compiuta formalizzazione giuridica. Se nel 2021 il Guardian poteva permettersi una copertina provocatoria, ritraendo un pollice verso che spuntava da un pacchetto di sigarette brandizzato Facebook, oggi quell’interrogativo si materializza in una causa che vede imputati i colossi del tech, con Mark Zuckerberg chiamato a rispondere di persona davanti a una giuria popolare -5. L’accusa, mossa dall’avvocato Mark Lanier per conto di una ventenne californiana, Kaley G.M., è di una chiarezza disarmante: le piattaforme come Instagram e YouTube sarebbero state progettate scientemente per creare dipendenza nei più giovani, sfruttando meccanismi psicologici simili a quelli di una slot machine -1. Non si contesta, si badi bene, un generico danno collaterale, ma un’intenzionalità precisa, quella di "agganciare" utenti sempre più piccoli per massimizzare i profitti pubblicitari, un’accusa che, se provata, potrebbe scardinare le tradizionali difese legali delle aziende tecnologiche -10.

Il confronto in aula tra documenti e smentite

La testimonianza del fondatore di Meta, protrattasi per circa tre ore, ha offerto lo spaccato di una difesa che tenta di spostare il baricentro della responsabilità. Da un lato, Zuckerberg ha ribadito la posizione ufficiale dell’azienda, secondo cui la soglia minima dei tredici anni per accedere ai servizi sarebbe chiara e invalicabile, addossando la colpa delle eventuali violazioni alla disonestà dei minori stessi, rei di mentire sulla propria età -5. Dall’altro, ha tentato di minimizzare il peso economico della fascia adolescenziale, definendola irrilevante – meno dell’uno per cento dei ricavi di Instagram – quasi a voler dimostrare l’assenza di un interesse specifico nel loro reclutamento -6. Ma è stato proprio su questo punto che l’avvocato Lanier ha incalzato con maggiore veemenza, estraendo dal cilindro una serie di documenti interni che dipingono una realtà piuttosto differente. Una presentazione del 2018, ad esempio, esplicitava la necessità di catturare i cosiddetti "tweens", i preadolescenti, se si voleva davvero conquistare il mercato dei teenager, mentre un’altra serie di email, risalenti al 2014 e al 2015, mostrava Zuckerberg stesso sollecitare un aumento a doppia cifra percentuale del tempo speso dagli utenti sulle app -5-6.

Il nodo della verifica dell’età e i filtri dannosi

Alla domanda se avesse ricevuto un training specifico per comparire in aula, il CEO di Meta ha risposto con una certa understatement, definendosi "notoriamente scarso" in questo genere di apparizioni pubbliche, un tentativo di apparire spontaneo nonostante i documenti interni gli suggerissero di essere "autentico, diretto, umano" e per nulla "robotico" -8. Nel corso dell’interrogatorio, è emerso con forza anche il tema complesso della verifica anagrafica. La linea difensiva di Zuckerberg, in questo caso, ha puntato il dito contro Apple e Google, i giganti che controllano i sistemi operativi degli smartphone, sostenendo che dovrebbero essere loro a implementare sistemi di controllo a livello hardware, sollevando le singole app da un onere altrimenti ingestibile -8. Una posizione che stride con le evidenze portate alla luce dall’accusa, come un’email in cui l’allora vicepresidente Nick Clegg ammetteva che i limiti d’età erano sostanzialmente "inapplicati", rendendo difficile sostenere che si stesse facendo tutto il possibile per proteggere i minori -6. L’avvocato Lanier ha poi spostato l’attenzione sui filtri di bellezza di Instagram, strumenti che secondo alcuni studi possono aggravare il dismorfismo reo. Nonostante i diciotto esperti esterni contattati da Meta avessero sollevato preoccupazioni in merito, Zuckerberg ha difeso la scelta di mantenerli, affermando di non vedere prove sufficienti del loro danno e di porre un "alto standard" prima di limitare l’espressione degli utenti -8.

Un caso pilota per migliaia di famiglie

Questo procedimento, che vede ancora imputate Meta e Google dopo che TikTok e Snapchat hanno raggiunto accordi confidenziali con la ricorrente, ha il sapore di una battaglia legale epocale -4. Non è un caso isolato, ma un "caso campione" – un bellwether trial – il cui esito influenzerà probabilmente il destino di altre migliaia di cause simili, accumulate nei tribunali americani -2-9. In ballo non c’è solo un eventuale risarcimento danni, ma la possibilità stessa di stabilire un principio di responsabilità civile per i progettisti di questi ecosistemi digitali. Le famiglie delle vittime, molte delle quali presenti in aula durante la testimonianza, osservano con attenzione ogni passaggio, sperando che questa volta il diritto possa penetrare quel muro di immunità che finora ha protetto l’industria tecnologica -9. L’argomentazione centrale, che cerca di distinguere tra i contenuti pubblicati (protetti) e l’architettura stessa della piattaforma (non protetta), rappresenta la scommessa più ambiziosa di questo processo: dimostrare che l’algoritmo, con le sue notifiche e i suoi meccanismi di ricompensa, non è un semplice veicolo neutrale, ma un prodotto potenzialmente nocivo, progettato per creare dipendenza al pari di una sostanza stupefacente -4-7.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.