Il processo ai giganti del tech è giunto alla fase delle delibere, la giuria chiamata a decidere se Instagram e YouTube siano responsabili di aver programmato algoritmi per creare dipendenza nei più giovani.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si sono chiuse dopo sei settimane, a Los Angeles, le udienze del dibattimento che ha visto alla sbarra Mark Zuckerberg e i vertici di Meta e Google: un procedimento senza precedenti, questo, che ha portato in aula testimonianze drammatiche e documenti interni finora rimasti confinati nelle stanze dei consigli d'amministrazione. Ora la palla passa alla giuria popolare, chiamata a sciogliere un nodo cruciale e cioè se le piattaforme social, nella loro architettura più profonda, siano state concepite come delle vere e proprie trappole dell'attenzione, capaci di innesca re compulsive paragonabili a quelle delle sostanze stupefacenti o del gioco d'azzardo. Al centro della causa, che potrebbe fare da apripista a migliaia di altri procedimenti analoghi, c'è la storia di Kaley G.M., una ventenne californiana che ha raccontato di essere caduta nella "schiavitù" digitale fin dall'infanzia, quando a soli sei anni iniziò a consumare video su YouTube per poi approdare, a nove, su Instagram.

L’arringa dell’accusa, un casinò per l’attenzione

L'avvocato Mark Lanier, che rappresenta la giovane donna, ha costruito la propria requisitoria su una metafora precisa e tagliente: quella del casinò. Così come le slot machine sono progettate per indurre il giocatore a non staccarsi mai dalla leva, allo stesso modo le funzionalità delle app – dallo scorrimento infinito alle notifiche push, fino ai filtri che alterano i canoni estetici – sarebbero studiate per massimizzare il tempo di visualizzazione a scapito della salute mentale degli utenti. E non si tratterebbe, questo il punto centrale dell'imputazione, di un effetto collaterale indesiderato, bensì di una strategia commerciale deliberata e perseguita con cognizione di causa. Per sostenere questa tesi, la procura ha prodotto una serie di messaggi e memo interni alle aziende, risalenti anche al periodo in cui Kaley era una bambina, in cui dirigenti e ingegneri discutevano apertamente di come "agganciare" i preadolescenti, ben consapevoli che un cliente catturato in tenera età difficilmente abbandonerà la piattaforma da adulto. Frasi come "se vuoi vincere con i teenagers devi prenderli fin da preadolescenti" sono riecheggiate nell'aula del tribunale di Spring Street, dipingendo il ritratto di un'industria che avrebbe anteposto i profitti al benessere dei minori.

La difesa di Zuckerberg e la strategia di Google

Mark Zuckerberg, chiamato a testimoniare in prima persona – una prima assoluta per lui di fronte a una giuria popolare – ha cercato di respingere le accuse con fermezza, appellandosi alla complessità del problema e ribadendo i molteplici sforzi compiuti da Meta per proteggere gli adolescenti. In abito scuro e cravatta, il fondatore di Facebook ha negato l'esistenza di obiettivi aziendali mirati a incrementare il tempo speso dai minori sulle piattaforme, ammettendo al contempo le difficoltà oggettive nel verificare l'età reale degli iscritti. I legali di Google, dal canto loro, hanno battuto un tasto diverso, cercando di sottrarre YouTube alla categorizzazione di social network: l'hanno piuttosto paragonata a un servizio di streaming come Netflix, una piattaforma di intrattenimento passivo che nulla avrebbe a che vedere con le dinamiche relazionali e compulsive tipiche di Instagram. Una distinzione, questa, che mira a eludere il cuore dell'accusa, la quale invece contesta la natura algoritmica delle raccomandazioni che, anche su YouTube, possono trascinare un bambino di sei anni in un vortice di contenuti senza fine. A complicare ulteriormente il quadro, va ricordato che altre due big tech inizialmente coinvolte, TikTok e Snapchat, hanno scelto la via del patteggiamento, raggiungendo un accordo confidenziale con la ricorrente poco prima che il processo iniziasse, evitando così il banco degli imputati e le luci dei riflettori.

Le 16 ore davanti allo schermo e l’effetto sui minori

Il racconto di Kaley, ascoltato direttamente dalla giuria, ha fornito il risvolto umano e crudo di questa battaglia legale. La ragazza ha descritto con precisione la sua incapacità, da bambina, di sottrarsi al richiamo dello schermo, un'esperienza che l'ha portata a trascorrere fino a sedici ore al giorno su Instagram, un dato emerso dai registri giudiziari e citato dal suo stesso avvocato. Un utilizzo così massiccio, ha spiegato, l'ha esposta a forme di bullismo e ricatti sessuali, aggravando un quadro di depressione e ansia che le ha anche fatto sorgere pensieri suicidi. Particolare rilevanza, nella sua testimonianza, ha avuto l'uso smodato dei filtri: Kaley ha ammesso di averli applicati a quasi tutte le foto che pubblicava per modificare i propri lineamenti, ingrandire gli occhi o assottigliare le orecchie, innescando un meccanismo di dismorfismo reo e di continua insoddisfazione verso la propria immagine reale. La domanda sottesa a tutto il dibattimento, quella che i giurati dovranno ora sciogliere, è se l'industria tech abbia scientemente creato e alimentato questo malessere, progettando strumenti il cui scopo primario era trattenere l'utente, e in particolare l'utente più giovane e vulnerabile, nella propria ragnatela digitale. La decisione, attesa a breve, potrebbe ridefinire il confine tra responsabilità individuale e dovere di protezione da parte dei colossi della rete.

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