Leone XIV: i giovani non sono algoritmi, serve un senso per vivere oltre la tecnologia
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Redazione Esteri
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“Molti giovani possiedono strumenti tecnologici sempre più sofisticati, ma faticano a trovare un senso per cui vivere, sperare, amare e persino soffrire”. Parole che suonano quasi come un manifesto programmatico per il suo pontificato, quelle pronunciate da papa Leone XIV durante l’udienza del 30 maggio nella Sala del Concistoro in Vaticano.
Il pontefice, rivolgendosi ai partecipanti dell’incontro “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale”, ha voluto mettere in guardia contro una deriva profondamente umana prima ancora che tecnologica: quella che riduce l’esistenza a mera performance.
L’evento, organizzato dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione insieme alla Pontificia Commissione per l’America Latina e all’Organizzazione degli Stati iberoamericani (OEI), si è svolto presso la Casina Pio IV nei Giardini Vaticani, richiamando numerosi ministri dell’istruzione provenienti soprattutto dall’area latinoamericana.
Il Papa, che ha tenuto il suo discorso in spagnolo, ha subito confessato di portare quella regione “nel profondo del cuore”, utilizzando poi metafore tratte dall’artigianato tessile per descrivere la complessità dell’educazione.
“Nessun filo basta da solo a creare il disegno”, ha spiegato Leone XIV riferendosi ai celebri tessuti del continente, e “soltanto l’intreccio paziente genera bellezza e resistenza”. Da questa immagine artigianale è nata la sua definizione più riuscita della scuola intesa come “arte di tessere comunione”, in netta contrapposizione con la logica degli “individualismi isolati” o della mera trasmissione di competenze.
Il Pontefice ha colto l’occasione per ritornare su un concetto a lui caro, già esposto nella lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” dello scorso ottobre: quello della “costellazione educativa globale”. L’affondo più significativo, però, riguarda il cosiddetto disagio psichico dei giovani.
Secondo Leone XIV, se da un lato la salute mentale è ormai “una delle sfide più urgenti e decisive del nostro tempo”, dall’altro non può essere affrontata “solo come una questione clinica o tecnica”.
La dittatura delle aspettative e la perdita del senso
Dietro la facciata di adolescenti sempre connessi e iper-performativi, il Papa ha scorto il vuoto. “Una delle più grandi forme di povertà del nostro tempo”, ha affermato, è proprio “la perdita delle costellazioni interiori”, una bussola etica e spirituale che consente di orientarsi nel mondo.
Senza di essa, ha argomentato il Pontefice, i ragazzi finiscono per vivere “sotto il giogo delle aspettative e del rendimento”, schiacciati da una “competitività esasperata” che non fa altro che generare “ansia, paura di non essere all’altezza e disorientamento”.
Il Papa ha usato parole forti per definire questa condizione, avvertendo che quando “l’essere umano si riduce a una prestazione, a un consumo o a un dato statistico”, emerge inevitabilmente “una profonda sofferenza interiore”.
Lo sfondo di questa analisi è una modernità che sembra aver dimenticato la domanda fondamentale: “La mia vita ha un senso?”. A questa domanda silenziosa, ha insistito Leone XIV, né la psicologia né le neuroscienze da sole possono rispondere, per quanto indispensabili siano i loro contributi clinici.
L’educazione come orizzonte di significato
Contro l’idea che si possa risolvere il malessere giovanile con la sola terapia farmacologica o con l’adeguamento a standard produttivi, il Papa ha rivendicato il primato della persona come “desiderio, non algoritmo”. Se la tecnologia connette, ha tuonato il pontefice, è l’educazione che forma; e formare significa “accompagnare i giovani a scoprire non solo come vivere, ma anche perché vivere”.
L’obiettivo, secondo Leone XIV, è quello di restituire ai ragazzi un “orizzonte di significato”, perché solo quando una persona scopre che la propria vita ha valore, “che è amata, attesa e chiamata a un compito nel mondo, allora nasce la speranza”.
Ed è qui che, nella visione del Papa, entra in gioco la dimensione della trascendenza e della “vita interiore”, una dimensione da coltivare attraverso il silenzio, la riflessione e la capacità di porsi domande profonde.
“Non basta connettere i giovani alle reti digitali”, ha ammonito, “se poi rimangono disconnessi da sé stessi, dagli altri e dalla propria interiorità”.
Una sfida che chiama tutti in causa
Il discorso di Leone XIV si è quindi trasformato in un vero e proprio invito all’azione rivolto a tutti gli attori della società, non solo alla Chiesa. Le istituzioni pubbliche, la scuola, le università, le famiglie e persino il mondo della cultura e della comunicazione sono chiamati a “lavorare insieme” per rafforzare quella rete di cooperazione che il pontefice ha definito “costellazione”.
Solo attraverso un’alleanza educativa globale, ha concluso, si potranno combattere fenomeni come l’isolamento e la disperazione che, in assenza di una “speranza affidabile”, rischiano di travolgere le nuove generazioni. La posta in gioco non è meramente psicologica o scolastica, ma antropologica: riuscire a dimostrare ai giovani che, in un’epoca di intelligenza artificiale e competizione sfrenata, esiste ancora un significato profondo per cui vale la pena vivere.




