Il signore degli algoritmi e la formazione del nuovo potere.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’immagine, nella penombra di un salotto di Cleveland, che forse spiega più di qualsiasi trattato politico l’ascesa di Peter Thiel: un padre che spiega al figlio piccolo, in tedesco, che la mucca è morta, che tutti gli animali muoiono, che un giorno succederà a lui e a chi gli sta di fronte. Quel bambino, seduto sul tappeto e inquietato da una lezione così cruda sull’ineluttabilità della fine, era Peter Andreas Thiel, e quell’istante è rimasto uno dei ricordi più vividi della sua infanzia. Serve uno sguardo non ingenuo, oggi, per inquadrare chi sono i nuovi «padroni del mondo», e Thiel, imprenditore-filosofo nonché patron di Palantir, ne è certamente un esemplare paradigmatico, anche per il suo legame fortissimo con l’attuale vicepresidente J.D. Vance. La sua storia, del resto, si intreccia con una certa idea di tecnologia applicata al potere, un’idea che trova le sue radici in esperimenti lontani come l’Operazione Laser, che per quasi un decennio, a partire dal 2011, ha trasformato Los Angeles in un banco di prova per la polizia predittiva, fornendo dati alle forze dell’ordine in uno stile che ricorda da vicino Minority Report.

Dalla filosofia alla costruzione del consenso

Non è affatto utile, o quanto meno è riduttivo, fermarsi a scandalizzarsi per le dichiarazioni di Thiel sull’Anticristo, liquidandole come le farneticazioni di un megalomane con il complesso del messia. Allo stesso modo, non serve a nulla stracciarsi le vesti per il suo sostegno, fin dalla prima ora, all’attuale presidenza Trump e per la sua adesione, peraltro in tempi non sospetti, all’immaginario politico e culturale che questa ha sposato. Thiel, che ha mosso i primi passi nel settore finanziario dopo una formazione in filosofia e giurisprudenza a Stanford, dove fondò *The Stanford Review*, un giornale studentesco conservatore, ha sempre visto nella politica un'estensione dei propri investimenti. E quale investimento poteva rivelarsi più lungimirante di quello in J.D. Vance? Lo incontrò quando questi era ancora uno studente a Yale, e un discorso di Thiel lì tenuto fu definito dallo stesso Vance come il momento più significativo del suo percorso universitario. Da lì, il passo è stato breve: Thiel lo ha preso sotto la sua ala, lo ha portato nel mondo del venture capital e ha poi finanziato la sua corsa al Senato dell’Ohio con quindici milioni di dollari, una cifra enorme per una competizione statale, che di fatto ne ha aperto la strada verso la Casa Bianca.

Palantir e gli occhi del potere

Al centro di questa rete di relazioni e interessi, naturalmente, c’è Palantir, la società di analisi dati che Thiel ha co-fondato nel 2004 con i fondi della CIA. Battezzata con il nome delle pietre veggenti del *Signore degli Anelli*, la società non ha mai fatto mistero della sua vocazione: fornire agli apparati di sicurezza e intelligence gli strumenti per trovare un ago in un pagliaio di informazioni. E oggi, con il ritorno di Trump alla presidenza, quel ruolo si è fatto ancora più centrale. Palantir sta lavorando a quella che è stata definita una «super banca dati» inter-agenzie, un progetto che mira a combinare i dati di tutti i dipartimenti federali, e fornisce all’Immigration and Customs Enforcement una piattaforma per tracciare in tempo reale i movimenti dei migranti. Un ruolo, questo, che non è passato inosservato: voci critiche all’interno della stessa maggioranza, come quella di Steve Bannon, hanno paragonato Palantir a un cattivo della fantascienza, sollevando il timore di un futuro da «Grande Fratello». Lo stesso Vance, interpellato sulla questione, ha dovuto difendersi dall’accusa di essere «super in letto con Palantir», sostenendo che la raccolta di dati da parte delle aziende private sia una minaccia ben più grande di quella governativa e ribadendo, come fa l’amministratore delegato Alex Karp, che la loro non è sorveglianza, ma un semplice servizio per mettere in comunicazione informazioni.

L’ascesa di un nuovo paradigma

L’influenza di Thiel, però, non si ferma ai contratti pubblici. Il suo pensiero, un mix di pessimismo antropologico e di fiducia quasi messianica nella tecnologia, sembra essere diventato la bussola di una nuova destra americana. Ispirandosi a René Girard e alla sua teoria del capro espiatorio, Thiel ritiene che la violenza sia intrinseca alla natura umana e che l’unica risposta possibile non sia l’illusione illuminista del progresso, ma un pugno di ferro tecnologico. In questo senso, la sua idea di «stato come startup», snello e autoritario, si sposa perfettamente con le politiche del secondo mandato Trump, dove il confine tra interesse pubblico e privato tende a sfumare. Non è un caso, del resto, che Palantir abbia visto il proprio valore di borsa impennarsi dopo l’elezione, e che il suo CEO, Alex Karp, abbia contribuito con un milione di dollari al principale super-PAC pro-Trump. La simbiosi è talmente evidente che persino figure come Roger Stone hanno espresso preoccupazione a Vance per i piani della società, ma per ora il vento spinge in una direzione ben precisa: quella di un’alleanza, forse la più solida mai vista, tra il potere politico e i signori degli algoritmi.

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