L'Ue chiude i rubinetti del gas russo, ma la svolta energetica si scontra con i nodi geopolitici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Regolamento (UE) 2026/261, noto come REPowerEU, l'Unione Europea ha trasformato una promessa politica in un obbligo giuridico stringente, stabilendo il percorso definitivo per recidere i legami energetici con Mosca. La decisione, definita "storica" nelle comunicazioni istituzionali, impone infatti un calendario serrato di divieti che, partendo dai contratti a breve termine nel corso del 2026, porterà alla cessazione totale di tutte le importazioni di gas naturale russo, sia via gasdotto che via Gnl, entro l'autunno del 2027. Un percorso che, come è facile immaginare, costringerà i Ventisette a rivedere in tempi rapidissimi i propri approvvigionamenti, con la presentazione obbligatoria dei piani nazionali di diversificazione già entro il prossimo marzo.

La tabella di marcia per l'addio a Mosca

Il regolamento, il cui iter è stato completato alla fine dello scorso anno, delinea con precisione chirurgica le tappe di un addio che era nell'aria da tempo ma che solo ora assume la forma di una norma vincolante. A partire dal 25 aprile 2026 scatterà il primo divieto, quello relativo ai contratti di gas naturale liquefatto di breve durata, a cui seguirà, meno di due mesi dopo, lo stop ai contratti di gasdotto a breve termine. La svolta più significativa, quella che interromperà i legami di più lungo corso, è però programmata per il 2027: dal primo gennaio di quell'anno non sarà più possibile stipulare o rinnovare contratti a lungo termine per il Gnl, mentre il 30 settembre segnerà la data ultima per le importazioni via gasdotto nell'ambito di accordi di lunga durata. A completare il quadro, il testo fissa anche l'obiettivo di porre fine alle importazioni di petrolio russo entro lo stesso anno, prevedendo al contempo sanzioni miliardarie per i trasgressori.

Il nuovo volto dell'approvvigionamento Ue e le ombre di Washington

Se da un lato, dunque, Bruxelles sigilla i rubinetti che arrivano da Est, dall'altro la domanda su come colmare quel vuoto diventa inevitabile e urgente. La risposta, negli ultimi anni, si è andata delineando chiaramente in una direzione: quella del gas naturale liquefatto statunitense, divenuto rapidamente una colonna portante della nuova strategia energetica continentale. Una soluzione che, se da un lato ha garantito flussi alternativi e scongiurato il ripetersi delle crisi degli inverni passati, dall'altro ha acceso un dibattito, sempre più acceso, sul rischio di scambiare una dipendenza con un'altra. Un dibattito che non rimane confinato nelle aule universitarie o tra gli analisti di mercato, ma che è esploso anche all'interno della stessa Commissione europea, dove voci autorevoli hanno lanciato espliciti moniti.

Le rassicurazioni di Bruxelles e il contesto politico incerto

Proprio per cercare di placare questi allarmi, la macchina amministrativa comunitaria è scesa in campo con messaggi rassicuranti, negando ogni possibile paragone tra la passiva dipendenza dal gas russo e gli attuali acquisti da oltre Atlantico. Secondo l'esecutivo Ue, la diversificazione in atto, che comprende anche un'accelerata sulle rinnovabili e su altre fonti, renderebbe la posizione europea ben più solida e meno esposta ai ricatti. Tuttavia, tali rassicurazioni tecnocratiche fanno i conti con una realtà geopolitica mutata e più volatile, segnata dalle minacce commerciali che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha recentemente indirizzato verso alcuni Paesi membri. Queste pressioni, percepite come un segnale di un alleato "scomodo e minaccioso", gettano un'ombra sulla sostenibilità di un modello che rischia di creare nuove vulnerabilità, anche se di natura diversa da quelle del passato.

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