L'azzardo energetico dell'Europa: dalla Russia agli Usa, la dipendenza dal gas resta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i ministri dell'Unione europea ratificavano il divieto di importazione di gas russo, un'azione dimostrativa di Greenpeace Belgio a Bruxelles illuminava, con un messaggio tanto simbolico quanto netto, il paradosso di una transizione che rischia di cambiare solo il fornitore e non la sostanza. Il provvedimento comunitario, che stabilisce una graduale uscita dal gas russo con scadenze precise tra il 2026 e il 2028, si proponeva di recidere un legame divenuto insostenibile dopo l'invasione dell'Ucraina; eppure, secondo le analisi degli attivisti e le preoccupazioni che serpeggiano nelle stanze di Bruxelles, la strada intrapresa conduce verso un'altra forma di vulnerabilità, quella legata al gas naturale liquefatto statunitense, le cui importazioni verso l'Europa sono cresciute in maniera esponenziale.

Il monito di Greenpeace e i timori istituzionali

Greenpeace, i cui attivisti sono entrati in azione pochi giorni fa, contesta senza mezzi termini la strategia energetica dell'Unione, paventando il pericolo concreto di una nuova dipendenza e chiedendo, al contrario, una decisa accelerazione verso le fonti rinnovabili e una riduzione strutturale del consumo di gas. Una posizione che, sebbene espressa da un'organizzazione non governativa, trova eco in dichiarazioni ufficiali piuttosto significative. Il commissario europeo all'Energia, Dan Jorgensen, ha infatti ammesso pubblicamente di condividere una "inquietudine crescente" legata al rischio di aver semplicemente rimpiazzato un vincolo con un altro, soprattutto dopo gli sconvolgimenti geopolitici recenti, che hanno funto da campanello d'allarme per le capitali europee.

La ricerca di diversificazione e il nodo geopolitico

La consapevolezza di questa esposizione, divenuta ormai un tema di discussione centrale nei palazzi comunitari, spinge la Commissione a cercare nuovi equilibri. Lo stesso Jorgensen ha indicato la necessità di incrementare le importazioni da Canada, Algeria e Qatar, cercando di bilanciare la preponderanza degli approvvigionamenti dagli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo di diversificazione reso urgente dalla percezione di una fase internazionale "molto turbolenta", come la definiscono alcuni commissari, nella quale l'Europa non può permettersi di legare la propria sicurezza energetica e, di riflesso, quella dei servizi di pagamento correlati, a un unico attore esterno, per quanto alleato.

Un futuro ancora da definire

Il quadro che emerge è quello di un continente impegnato in una complessa opera di disimpegno da una risorsa che ha alimentato, per anni, la propria economia ma anche le casse del Cremlino, un'operazione che, per essere compiuta in tempi rapidi, ha obbligato a stringere nuovi accordi commerciali su larga scala. Questi accordi, tuttavia, non hanno eliminato il problema di fondo della dipendenza, bensì lo hanno spostato geograficamente, aprendo interrogativi sulla sovranità energetica dell'Unione e sulla sua capacità di perseguire una vera autonomia strategica, la quale non può prescindere, come sottolineano gli ambientalisti, da un massiccio investimento in fonti pulite e in politiche di efficienza che riducano alla radice la domanda di combustibili fossili.

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