Stop al gas russo, l'azzardo energetico dell'Ue e il nodo americano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La Commissione Europea, in una mossa destinata a ridisegnare gli equilibri energetici del continente, ha ufficialmente tracciato il percorso per disfarsi del gas russo, stabilendo scadenze precise e differenziate. Entro la fine del 2026 sarà vietato l'acquisto di gas naturale liquefatto proveniente dalla Russia, mentre per il gas trasportato via gasdotto il divieto diventerà effettivo nell'autunno del 2027. Una deroga, che non a caso si estende fino al gennaio 2028, è stata prevista per quegli Stati membri che, privi di sbocco al mare e con un accesso ai mercati globali fortemente limitato, rischierebbero altrimenti di rimanere scoperti. Se, da un lato, questo piano rappresenta il compimento di una volontà politica emersa con forza dopo l'invasione dell'Ucraina, dall'altro sta facendo emergere con altrettanta chiarezza una nuova, e per certi versi più complessa, vulnerabilità strategica.
La dipendenza dagli Stati Uniti, un "campanello d'allarme"
Il timore, espresso senza più troppi giri di parole nelle stanze di Bruxelles, è che alla dipendenza da Mosca si sia semplicemente sostituita una nuova, e forse più onerosa, dipendenza da Washington. A lanciare l'allarme è stato il commissario europeo all'Energia, il quale ha affermato di condividere una "crescente preoccupazione" nell'Unione. "Gli sconvolgimenti geopolitici", ha sottolineato riferendosi esplicitamente alla crisi in Groenlandia, "sono stati un campanello d'allarme". Una dichiarazione che, al di là delle parole, fotografa l'inquietudine di un'Europa costretta a constatare come la propria sicurezza energetica poggi ora, in misura significativa, sulle forniture di gas naturale liquefatto americano, in un contesto globale che il commissario stesso non ha esitato a definire "molto turbolento". La turbolenza a cui si allude, del resto, non è un elemento di sfondo ma un fattore concreto che rischia di influenzare le relazioni commerciali transatlantiche, nonostante gli sforzi dichiarati di mantenerle stabili.
La ricerca di alternative e la diversificazione necessaria
La risposta a questa esposizione, percepita ormai come un rischio strategico, si articola in una strategia di diversificazione che punta a ridurre il peso degli approvvigionamenti dagli Stati Uniti. La direttiva, implicita nelle parole del commissario, è chiara: bisogna guardare altrove. In questa ottica, Paesi come il Canada, l'Algeria e il Qatar diventano partner fondamentali per riequilibrare il paniere energetico europeo. L'obiettivo, più che un semplice cambio di fornitori, sembra essere la costruzione di una rete di approvvigionamenti più resiliente e meno esposta alle contingenze politiche di una singola nazione, per quanto alleata. Una lezione, questa, che l'Europa ha imparato a sue spese negli ultimi anni e che ora cerca di applicare con maggiore determinazione, anche se in ritardo.
La sfida geopolitica e la sovranità energetica
Il quadro che ne emerge è quello di un'Unione costretta a navigare in acque estremamente agitate, dove la decisione di tagliare i ponti con un fornitore storico si scontra con la difficoltà di trovare un approdo realmente sicuro e indipendente. La crisi in Groenlandia, menzionata come esempio emblematico di instabilità, ha funzionato da detonatore per un dibattito che covava sotto la cenere. Il punto cruciale, infatti, non riguarda solo la provenienza fisica delle molecole di gas, ma il controllo sulle infrastrutture, sui contratti a lungo termine e, in definitiva, sulla propria autonomia decisionale in un settore vitale. La transizione energetica, in questo complicato mosaico, si intreccia dunque con una transizione geopolitica i cui esiti sono tutt'altro che scontati, mentre l'Europa tenta di definire i contorni di una sovranità che deve passare, necessariamente, anche dai terminali di rigassificazione e dai corridoi di approvvigionamento.




