Energia, Trump può usare il gas naturale liquefatto come arma contro l’Ue?
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Dopo le giravolte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha deciso di non imporre dazi aggiuntivi agli otto Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia, l’attenzione degli analisti si sposta su un potenziale strumento di pressione ben più consistente. In attesa di avere maggiori dettagli sull’accordo quadro per il futuro dell’isola, discusso con il Segretario Generale della Nato Mark Rutte a Davos, si moltiplicano le riflessioni sulle nuove forme di dipendenza energetica che l’Europa sta costruendo. Jonathan Schroer, energy strategist di Unicredit, si domanda apertamente se gli Usa, sotto l’attuale amministrazione, possano utilizzare il gas naturale liquefatto come una vera e propria “arma geoeconomica” contro il Vecchio continente, una possibilità che fino a pochi anni fa appariva remota ma che oggi, dati alla mano, assume contorni concreti e preoccupanti.
Una dipendenza crescente e pericolosa
I numeri, del resto, parlano in modo inequivocabile. Secondo uno studio approfondito, le importazioni europee di Gnl statunitense sono schizzate verso l’alto, registrando un incremento del 485% nel giro di soli sei anni. Questo balzo stratosferico, peraltro, non è il frutto di una pianificazione strategica di lungo periodo, bensì la diretta conseguenza della ricerca di forniture alternative dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nel 2022, infatti, l’Unione europea si è resa conto, in modo drammatico, di aver commesso un errore di valutazione epocale: aver affidato la stragrande maggioranza dei propri approvvigionamenti energetici a un fornitore autocratico e palesemente inaffidabile come Mosca. La liberazione da quel giogo, però, non ha condotto verso l’autonomia, ma ha aperto le porte a un nuovo vincolo. Oggi, a stringere progressivamente la morsa sugli approvvigionamenti energetici dell’Europa sono proprio gli Stati Unati di Trump, i quali sono diventati responsabili di quasi la metà di tutto il gas naturale liquefatto che raggiunge i terminali europei.
L’allarme degli istituti di ricerca e la vulnerabilità italiana
A lanciare un segnale d’allarme preciso e documentato è un report redatto da prestigiosi centri studi, come il Clingendael Institute e Ecologic, i quali delineano uno scenario di insicurezza ormai strutturale. La situazione attuale, che molti definiscono come una nuova forma di dipendenza energetica, presenta rischi che superano persino quelli vissuti nel pieno dell’emergenza del 2022. Allora, la crisi energetica aveva un carattere acuto e inatteso; oggi, invece, si configura come una condizione permanente di esposizione alle decisioni di Washington. Se l’amministrazione americana decidesse di chiudere i rubinetti, o anche solo di modulare le forniture per fini politici, l’Europa si troverebbe totalmente impreparata a reagire, senza piani di contingenza credibili. L’Italia, in particolare, rischierebbe grosso in caso di uno stop delle forniture, trovandosi nuovamente in una posizione di estrema debolezza dopo aver faticosamente diversificato le rotte del gas.
Oltre l’emergenza: la necessità di una strategia razionale
La lezione che sembra emergere, dunque, è che sostituire una dipendenza con un’altra non costituisce una politica energetica, ma semplicemente un rinvio del problema. Le nuove dipendenze ripropongono, in forme diverse, gli stessi vecchi rischi di ricatto geopolitico e instabilità dei prezzi. Di fronte a questo quadro, la strategia più razionale e conveniente per un Paese come l’Italia – e per l’Europa nel suo insieme – non può che essere quella di accelerare in modo deciso e senza esitazioni lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Solo riducendo strutturalmente la domanda di gas e generando energia in modo autonomo e pulito si potrà costruire una sicurezza duratura, svincolando il destino economico del continente dalle volontà di potenze estere, siano esse orientali o occidentali.




