Usa e Iran, la sfida missilistica si allarga: coinvolti Giordania, Iraq e Arabia Saudita
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Redazione Esteri
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La tregua, se così si può chiamare, è durata lo spazio di un fine settimana. Dopo quasi due settimane di incursioni statunitensi, sabato i bombardamenti si erano interrotti, alimentando flebili speranze in un cedimento della tensione. Ma il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha ripreso il suo corso con una violenza che non lascia spazio a illusioni, allargandosi a macchia d'olio in un Medio Oriente già infiammato.
Il presidente Donald Trump, dopo il lancio di missili balistici iraniani contro una base americana in Giordania – ordigni che, va detto, sarebbero stati tutti intercettati – ha annunciato una dura risposta, seguita da una "massiccia ondata di attacchi" del Comando Centrale americano (Centcom) contro decine di obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione in Iran. La partita a scacchi tra Washington e Teheran si gioca ora su più tavoli, con nuovi attori che entrano in scena e vecchie alleanze che si ridefiniscono sotto il peso delle ostilità.
La svolta saudita: raid congiunto in Iraq e il messaggio a Washington
Il fatto nuovo, che ha spostato l'asse del conflitto, è il ruolo inedito dell'Arabia Saudita. Per la prima volta dall'inizio della guerra, Riad ha rivendicato apertamente un'operazione militare congiunta con gli Stati Uniti sul territorio iracheno. Caccia sauditi e americani, nella notte tra martedì e mercoledì, hanno preso di mira basi e depositi di armi delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), la coalizione di milizie sciite filo-iraniane, in risposta a una serie di attacchi con droni che avevano preso di mira gli impianti petroliferi del regno.
Le milizie irachene hanno denunciato un bilancio di almeno venti combattenti uccisi e trentadue feriti. La decisione saudita rappresenta un cambio di passo significativo per un paese che, fino a questo momento, aveva scelto la cautela, cercando di mantenere un delicato equilibrio tra la normalizzazione con Teheran e l'ombrello di sicurezza offerto da Washington. Eppure, a poche ore dal raid, la diplomazia saudita ha lavorato su un fronte opposto. Il ministro della Difesa, Khalid bin Salman, incontrando a Washington il vicepresidente americano J.D.
Vance, ha consegnato un messaggio del principe ereditario Mohammed bin Salman che ribadiva la preferenza di Riad per la de-escalation con l'Iran. Un paradosso solo apparente: l'Arabia Saudita si dice pronta a difendersi dalle aggressioni, ma non intende farsi trascinare in una guerra regionale su larga scala che non ha mai cercato. Il ministro ha voluto chiarire che i raid in Iraq non rappresentano un via libera all'escalation, ma un atto di difesa necessario contro quelle che considera una "linea rossa".
Il doppio fronte marittimo: Hormuz e Bab al-Mandeb sotto pressione
Mentre la diplomazia tenta di correre ai ripari, sul terreno il conflitto si allarga anche sul mare. Lo Stretto di Hormuz, il principale canale per l'esportazione del greggio dal Golfo Persico, è di fatto chiuso a causa della guerra. Ma la minaccia si estende ora anche a Bab al-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, un'altra arteria vitale per il commercio mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran, hanno dichiarato un "embargo marittimo" contro le navi saudite e hanno messo in atto la minaccia con attacchi contro due petroliere del regno.
L'obiettivo dichiarato è quello di mettere in ginocchio l'economia saudita e aprire un nuovo fronte a sud, costringendo Riad a dividere le proprie forze e la propria attenzione tra l'Iraq e lo Yemen. La mossa degli Houthi, che in passato hanno già colpito decine di navi commerciali durante il conflitto a Gaza, rischia di creare una "doppia strozzatura" per le rotte energetiche globali, con conseguenze catastrofiche per i mercati e l'economia mondiale.
L'Arabia Saudita ha risposto con fermezza, assicurando che prenderà tutte le misure necessarie per proteggere il traffico marittimo, ma la tensione è altissima.
La diplomazia in corsa tra bombe e negoziati
In questo quadro di fuoco, i tentativi diplomatici non si fermano. Il Pakistan ha confermato di essere impegnato in un ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran, con colloqui in corso incentrati soprattutto sulla situazione nello Stretto di Hormuz e su possibili misure per una de-escalation. L'esistenza di questo canale negoziale, confermato da Islamabad, lascia intendere che, nonostante le bombe, entrambe le parti intendano mantenere aperta una porta per una soluzione politica, o almeno per contenere i danni di un conflitto che rischia di sfuggire di mano.
Tuttavia, le parole del presidente Trump restano minacciose: se non otterrà "il 100% di quello che vogliamo", non esclude la ripresa di una guerra su vasta scala contro la Repubblica Islamica. Allo stesso tempo, il presidente americano ha rivelato di aver avvertito il premier israeliano Benjamin Netanyahu, esortandolo alla cautela e mettendolo in guardia dal rischio di restare isolato a causa delle sue posizioni.
Questa pressione su Israele potrebbe essere un tentativo di controllare la spirale bellica, evitando che il conflitto con l'Iran si trasformi in un incendio regionale incontrollabile.
Un conflitto che cerca nuovi equilibri
La situazione attuale si presenta come un mosaico in cui ogni pedina, mossa su una scacchiera sempre più ampia, rischia di innescare reazioni a catena. L'ingresso dell'Arabia Saudita sul fronte iracheno, combinato con la minaccia Houthi su Bab al-Mandeb, ha allargato il conflitto a una dimensione regionale che coinvolge attori che finora avevano cercato di rimanere ai margini.
Dall’Egitto, dove è stata centrata una piattaforma di Gnl di proprietà americana nel porto di Damietta, al Kuwait, dove un attacco iraniano ha colpito un edificio di una società cinese, le avvisaglie di un pericoloso allargamento si moltiplicano. Il fragile equilibrio che aveva retto per settimane si è rotto, e ora il Medio Oriente si trova a fare i conti con una nuova, pericolosa fase, in cui la sfida tra missili e droni si intreccia con le complesse trame di una diplomazia che fatica a tenere il passo.
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